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martedì 31 agosto 2010

“La virtuosa economia dell’Islam” di Davide Romano


L’economia di numerosi paesi del Medio Oriente e del Nord Africa è influenzata dai precetti del Corano. Tali precetti, a differenza di quanto avviene in Occidente per i principi di ispirazione cristiana, non costituiscono solamente un animus operandi di imprenditori e consumatori, ma influenzano in modo decisivo l’attività economica di produzione e di consumo.
Questo avviene soprattutto perché la legge coranica spesso si confonde o si traspone in modo completo nella legge dello Stato. Spesso i musulmani accusano i paesi occidentali di non comprendere le loro tradizioni e le motivazioni sottostanti certe pratiche economiche. Gli europei si astengono dall’investire e dall’intrattenere relazioni economiche con i paesi del Medio Oriente e del Nord Africa perché li considerano economie poco trasparenti, nebulose e rischiose. È pertanto necessario colmare, anche se solo parzialmente, il difetto di conoscenza delle logiche di base del funzionamento dell’economia reale e finanziaria dei paesi musulmani.
La parte centrale del secolo scorso è stata caratterizzata dall’emergere di una letteratura sull’economia islamica. Lo scopo dichiarato era quello di identificare e promuovere un ordine economico conforme alle scritture coraniche. Gli economisti islamici criticano l’idea di un’applicazione universale del capitalismo o del socialismo, sostenendo che quando queste teorie hanno trovato applicazione nei paesi della sponda sud del Mediterraneo e del Medio Oriente si sono rivelate fallimentari perché nate in un ambiente culturale lontano dall’Islam.
L’economia islamica nasce per fini culturali e politici. Per questa ragione essa non deve sottostare a regole scientifiche di coerenza, precisione e realismo. Al contrario, il pensiero dominante nel mondo occidentale è che l’economia, in quanto scienza anche se sociale, dovrebbe non tanto dare giudizi di valore, ma fornire spiegazioni circa il funzionamento del sistema economico. L’economia islamica, invece, parte da giudizi di valore ben precisi e poi tenta di sviluppare un sistema logico coerente con questi principi e di dare una spiegazione economica alle regole della Sharia. L’economia islamica non nasce per correggere fenomeni di squilibrio, ingiustizia o ineguaglianza, quanto piuttosto per difendere la civiltà islamica dall’influenza della cultura occidentale.
Nonostante questa critica sulla mancanza di presupposti scientifici, gli economisti occidentali si sono cimentati, da qualche decennio a questa parte, in un’opera di studio e di valutazione sul piano squisitamente economico di alcuni istituti e regole proprie dell’economia islamica, come la zakat (tassa islamica), la proibizione della riba (interesse), le scelte di consumo.
I principi di economia islamica sono stati elaborati dagli economisti islamici sulla base dei precetti della Sharia, la legge santa che trae spunto dai due testi sacri, il Corano e la Sunna.
La Sharia, non essendo un trattato di economia, quando enuncia principi economici lo fa in modo incompleto, prestandosi a numerose interpretazioni, che hanno portato gli islamisti a varie dispute circa la loro corretta esegesi. Inoltre, la Sharia non è in vigore in tutti i paesi musulmani: alcuni di essi, infatti, hanno un sistema giuridico di tipo occidentale, codificato in norme dettate dallo Stato e non dai consigli religiosi; tuttavia, anche in questi paesi la legge civile e l’operato dei giudici risente in modo determinante dell’influenza della tradizione islamica, che rende leciti alcuni comportamenti e ne condanna altri. Per queste ragioni quanto si dirà in seguito non è da ritenersi unanimemente condiviso dagli economisti islamici, ma rappresenta il nucleo essenziale rispetto al quale esiste un livello di consenso accettabile.
Per gli islamici il problema alla base di tutta la teoria economica occidentale, sia essa liberista o marxista, ovvero la scarsità delle risorse rispetto ai bisogni della popolazione, non è un problema o meglio è un problema dell’homo oeconomicus occidentale, ma non dell’homo islamicus. Secondo il Corano, Dio ha creato ogni cosa nella giusta quantità per soddisfare i bisogni umani, quindi la scarsità è frutto del comportamento umano e dell’avarizia da accumulazione. Per questa ragione, l’homo islamicus attraverso la rinuncia e il comportamento altruistico (contrapposto al comportamento egoistico dell’homo oeconomicus) riesce ad ovviare al problema della scarsità delle risorse.
Tra gli economisti islamici esiste un accordo abbastanza ampio circa i principi fondamentali dai quali un sistema economico islamico non può prescindere. I tre capisaldi dell’economia islamica sono: il filtro morale attraverso il quale ogni decisione economica deve passare; la proibizione dell’interesse (riba) nelle operazioni finanziarie; la zakat, ovvero un sistema di tassazione infruttifera con finalità di tipo islamico.
I principi coranici sono molto pervasivi in campo economico, anche se spesso si limitano ad enunciare indicazioni abbastanza generali sui comportamenti da tenere e su quelli da evitare. Tali principi influenzano aspetti importanti della vita economica di una comunità, dalla libertà di iniziativa economica alle scelte di investimento, dalle decisioni di consumo al ruolo economico della donna nella società. Gli agenti economici devono operare all’insegna delle regole disegnate secondo le fonti tradizionali dell’Islam, regole che impongono il bene e condannano il male, che tendono ad evitare sprechi, eccessi che generano esternalità negative; regole che promuovono generosità, lavoro duro, l’applicazione di prezzi equi. Gli agenti che popolano un’economia islamica godono di condizioni di libertà almeno in teoria molto ampie, che devono passare però attraverso un filtro islamico. Per gli economisti islamici le libertà economiche sono troppo ampie nel sistema capitalistico e troppo ristrette in quello socialista: la terza via di equilibrio e di equità è rappresentata per l’appunto dall’economia islamica.
Secondo il Corano tutto ciò che esiste sulla terra appartierne a Dio. Tuttavia la Sharia non nega la proprietà privata, ma la limita nel senso che l’uso che se ne può fare non deve essere contrario ai principi coranici. Spesso queste limitazioni alla proprietà privata sono molto pervasive, provocando una notevole contrazione della sfera d’autonomia. Il Corano garantisce libertà di stipulare contratti per il trasferimento di diritti e impone che si mantenga fede agli impegni presi. I contratti devono essere scritti e con testimoni. Ogni contratto che non è espressamente proibito dalla Sharia è valido. L’attribuzione di diritti di proprietà comporta fenomeni di disuguaglianza tra gli uomini. L’Islam considera accettabile una disuguaglianza moderata, ma condanna le disparità estreme nel reddito e nella ricchezza, l’esistenza delle quali autorizza un intervento riequilibratore della comunità, così come è legittimo l’intervento della comunità nel caso di non uso dei beni o di uso contrario ai principi islamici. La maggior parte dei paesi del Medio Oriente e del Nord Africa è caratterizzata da un intervento pervasivo dello Stato nella redistribuzione della ricchezza, e questo è particolarmente vero per quei paesi come l’Iran, retti dalla Sharia.
Secondo la Sharia, i musulmani maschi sono liberi di produrre e commerciare per il proprio personale profitto, ma nell’esercizio della loro libertà essi hanno la responsabilità di non nuocere agli altri: devono pagare salari equi, applicare prezzi ragionevoli e accontentarsi di un profitto normale, che non sfoci in situazioni di monopolio e di controllo incondizionato del mercato.
Un elemento fondante dell’economia islamica è che la cooperazione tende a rimpiazzare l’idea di competizione alla base dell’economia di mercato occidentale. Più che competere, le imprese costituiscono partnership basate sul principio della condivisione sia dei profitti sia delle perdite di una iniziativa economica. Almeno in linea teorica, l’economia musulmana non è chiusa verso il mercato, ammette l’iniziativa economica privata, anche se pone limiti che creano ampi spazi di intervento pubblico. Se i maschi godono di una certa libertà, diverso è il discorso per la popolazione femminile. Secondo la Sharia, la donna non deve avere un ruolo economico; non può partecipare alla vita produttiva, non ha libertà di movimento, non ha libertà di iniziativa. Queste prescrizioni, ad eccezione di alcuni paesi che stanno cercando di riscoprire un ruolo economico per la donna, hanno finito per rendere nullo il contributo delle donne alla crescita economica.
La Sharia proibisce tutti i contratti di vendita aleatori non legati allo svolgimento di un’attività produttiva. Inoltre un contratto deve produrre un’utilità reale alla società altrimenti non è lecito. Ogni tentativo di aumentare artificialmente i prezzi è condannato dal Corano.
Gli economisti islamici sono abbastanza concordi nel sostenere che la Sharia ammette il principio della determinazione dei prezzi attraverso il mercato, dall’incontro della domanda e dell’offerta. Contrario alla Sharia, invece, è che i prezzi vengano definiti dall’acquirente o dal venditore attraverso l’esercizio di un potere di mercato. Il Corano proibisce il monopolio così come la najash, cioè la pratica di offrire per una merce un prezzo più alto di quello di mercato al solo fine di danneggiare gli altri acquirenti realmente interessati all’acquisto del bene. Come si vede, quindi, alcuni comportamenti anti-concorrenziali oggi contemplati dalle leggi antitrust dei paesi occidentali vengono proibiti anche dal testo sacro musulmano.
L’Islam propugna un sistema molto simile a quello di mercato. Tuttavia esiste un’importante possibilità di intervento per lo Stato che non è giustificata da ragioni di tipo economico o politico ma da ragioni di tipo religioso: l’uso parsimonioso delle risorse evitando il loro spreco, l’eliminazione della povertà, il divieto della riba attraverso la costituzione di banche islamiche pubbliche, il rispetto insomma dei precetti islamici.
L’Islam prevede una moderazione dei costumi: l’eccessivo consumo di beni (definito israf dalla Sharia) sia di uso corrente sia di confort o di lusso, è proibito. La proibizione, secondo il Corano, dovrebbe aiutare a risolvere il problema della scarsità delle risorse e ad eliminare le pressioni inflattive da domanda. I benefici effetti previsti dagli economisti islamici non sempre si realizzano nella realtà. Spesso la moderazione dei consumi nei paesi islamici non è determinata dai precetti islamici, quanto piuttosto dai livelli di reddito pro capite molto bassi, che permettono a stento di coprire i consumi primari. Inoltre, in quei paesi dove il livello di reddito pro capite è più elevato, la produzione di beni di lusso è limitata dalle imposizioni della Sharia e questi beni devono essere importati dai paesi occidentali. Con la conseguenza che gli introiti dell’esportazione del petrolio, anziché favorire la nascita di un’industria locale, hanno dato luogo solamente ad una dipendenza dall’importazione di beni e servizi dalle economie sviluppate.
L’economia classica definisce la funzione di consumo in relazione al reddito e la funzione di utilità in relazione ai beni e servizi consumati che danno utilità immediata. In questo modo si trascura una componente molto importante per gli economisti islamici, che è la spesa “per amore di Dio”, cioè la spesa del proprio reddito che mira a soddisfare i bisogni delle persone meno abbienti. L’obsolescenza dei prodotti, per moda o tecnologia, può portare secondo la visione islamica ad uno spreco di risorse, proibito dalla Sharia, e quindi deve essere contrastata e ridotta al minimo. I prezzi dei beni devono essere ad un livello ragionevole che permetta di soddisfare la domanda di beni e servizi di base. In caso di scostamento del mercato da questi principi, la comunità islamica è autorizzata ad intervenire per correggere le distorsioni.
La Sharia prevede che non tutti i beni possono essere consumati; in particolare i beni sono distinti in tre categorie: halal (beni permessi, consumabili con moderazione); haram (beni come alcol, carne di maiale, gioco d’azzardo il cui consumo è proibito) e makrough (beni che possono essere consumati a certe condizioni, ad esempio in certe ricorrenze particolari). Da questo si evince che in una economia islamica si tendono a valorizzare i beni di prima necessità che devono essere disponibili a basso prezzo e in quantità sufficienti per tutti; viene invece scoraggiata la produzione e il consumo di beni di lusso, anche attraverso elevate imposte su produzione e importazione. I beni prodotti devono essere di durata elevata, cosicché non devono essere rimpiazzati di frequente. Ciò può produrre un atteggiamento ostile verso la tecnologia e il progresso.
Il Corano proibisce la riba, ovvero il pagamento di interessi sui fondi prestati: il denaro, in se stesso, non può essere fonte di guadagno, anche perché se lo fosse si rafforzerebbe la tendenza all’accumulazione della ricchezza nelle mani di pochi. Il divieto della riba non vuol dire che sui fondi mutuati non venga pagata alcuna remunerazione. Alcuni economisti islamici degli anni Cinquanta del secolo scorso, consci dei problemi che questa prescrizione comporta, hanno sostenuto che il divieto fosse diretto a bloccare esclusivamente le pratiche finanziarie socialmente dannose come appunto l’usura, ma non escludesse completamente il pagamento degli interessi. Tuttavia questa posizione è rimasta minoritaria, e negli ultimi cinquanta anni la condivisione del divieto totale degli interessi è stata considerata conditio sine qua non per essere considerato un economista islamico.
Secondo la Sharia, l’obiettivo di una istituzione finanziaria islamica non è solo la realizzazione di profitti, considerata lecita e auspicabile, ma anche il suo contributo al bene della collettività, facendo ad esempio prestiti ai poveri e ai bisognosi senza applicare nessun ricarico.
Il problema del divieto di pagamento di interessi si iniziò a presentare sin dal VI secolo d.C. quando l’Islam divenne il principio organizzativo dominante in tutto l’Oriente. Tuttavia, dalla comparsa dell’Islam fino alla fine degli anni Cinquanta, l’economia di quest’area è stata sempre molto arretrata, prevalentemente agraria e rurale e quindi l’esigenza di servizi finanziari era minima o addirittura assente e i rapporti commerciali con aree del mondo non islamico erano molto limitati.
Le cose cambiarono a partire dagli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso: molti paesi islamici scoprirono importanti riserve di petrolio che esportarono verso i paesi occidentali, i quali però avevano un’economia interest-based. In quegli anni affluirono ai paesi islamici notevoli quantità di denaro, che resero questi paesi i più importanti investitori-risparmiatori del mondo.
L’afflusso di capitali, non accompagnato da una crescita parallela dei consumi, portò ad una situazione di eccesso di offerta di liquidità, che pose il problema di come investire questi fondi. La scelta naturale sarebbe stata quella di prestarli ai paesi occidentali ad un tasso di interesse fisso ma questo non era permesso dalla Sharia. Per questa ragione nacquero le prime banche islamiche che prestavano senza interesse, rispettando il divieto della riba.
Ai giorni nostri esistono istituzioni finanziarie islamiche o loro succursali in più di 60 paesi. Secondo alcune stime le banche e le istituzioni islamiche operanti nel mondo erano circa 170 nel 1998 di cui quasi la metà operanti nell’area dei paesi del Medio Oriente e del Nord Africa, con un portafoglio prestiti di circa 170 miliardi di dollari e un numero di dipendenti di quasi 270 mila unità.
Il divieto della riba ha procurato seri problemi alle istituzioni finanziarie, che in alcuni casi hanno cercato di aggirarlo attraverso pratiche poco ortodosse. Sovente il tasso di interesse, seppur formalmente abolito, è ricomparso ex post per effetto di rendimenti delle attività finanziarie islamiche strettamente correlati con i rendimenti di mercato. Queste pratiche elusive sono aspramente criticate dagli economisti islamici, che sostengono che il rispetto del divieto della riba non deve essere solo formale ma anche sostanziale.
La proibizione della riba si fonda sul credo islamico secondo il quale non ci può essere guadagno senza l’assunzione di rischi: il profitto, in una visione islamica, è legittimato solo dal rischio. La nozione di interesse come remunerazione per il differimento del consumo è quindi rigettata: può essere remunerato solo lo sforzo fisico e intellettuale delle persone e non la mera attesa. Il risparmio quindi non è una scelta di consumo intertemporale ma una scelta fatta per far fronte a necessità future e quindi non merita il pagamento di un prezzo, ovvero l’interesse.
Secondo la Sharia la moneta è solo un mezzo di scambio e non ha valore in sé: l’unico scopo per cui si deterrebbe moneta è quello transattivo. Sul piano dell’efficienza, la proibizione del pagamento di un tasso di interesse crea numerosi problemi riguardo alla allocazione del rischio e alla sua gestione. Negare tout court la possibilità di ottenere una remunerazione fissa in forma di interessi non tiene conto della possibilità che diversi operatori hanno di sopportare differenti livelli di rischio: una banca riesce meglio a diversificare il rischio nel prestare i fondi rispetto ad un semplice risparmiatore. Inoltre sottostante il divieto di un interesse fisso c’è una incomprensione di ciò che veramente costituisce un rischio finanziario, poiché non è esatto sostenere che ricevere un tasso di interesse fisso equivale a non sopportare alcun rischio, poiché sussiste sempre l’eventualità del default del debitore.
La zakat rappresenta, assieme al filtro islamico e alla proibizione della riba, il terzo pilastro dell’economia islamica. Essa è una tassa generalizzata sulla ricchezza, con un’aliquota del 2,5 per cento, che grava sulla proprietà di beni non sfruttati per fini produttivi. Letteralmente zakat significa “purificazione” e il suo pagamento viene considerato dagli islamisti essenziale perché purifica la ricchezza dalla sua malefica tendenza ad accumularsi nelle mani di pochi. La Sharia riconduce l’istituzione di questa tassa al credo fondamentale che tutto appartiene a Dio, e quindi parte dei beni posseduti va devoluta alla comunità per far fronte alle esigenze di tutti i membri.
La zakat è essenzialmente un sistema di redistribuzione della ricchezza che dovrebbe arginare i fenomeni di povertà. Da un punto di vista economico, l’applicazione di una tassa su una base imponibile costituita da una ricchezza non produttiva dovrebbe avere effetti positivi, con un aumento dell’efficienza nell’utilizzo delle risorse e un disincentivo a lasciare improduttivi i propri beni per evitare il pagamento della tassa.
Secondo la legge islamica, gli introiti provenienti dal prelievo della zakat devono essere utilizzati per far fronte alle esigenze dell’intera comunità. Anche sulla zakat, come sugli altri istituti di economia islamica, non c’è accordo unanime tra gli islamici. Alcuni economisti sostengono che la zakat può essere un’arma molto potente contro la povertà, molto di più degli strumenti utilizzati nei paesi occidentali, grazie all’ampio gettito prodotto da una tassa universale religiosa, rispetto alla quale i comportamenti evasivi sarebbero ridotti al minimo; secondo altri, il pagamento avverrebbe spontaneamente anche in assenza di coercizione. Per un terzo gruppo di economisti islamici esiste un altro canale della loro economia che può contribuire alla riduzione della povertà, e questo canale è il micro-credito.
I principi di finanza islamica – risk sharing, solidarietà, giustizia economica e sociale – hanno molto in comune col micro-credito, che sarebbe uno sbocco naturale dell’economia islamica. Inoltre, il micro-credito troverebbe terreno fertile nell’ambito della finanza islamica in quanto alcuni problemi di micro-credito – elevati costi di transazione e comportamenti opportunistici – potrebbero essere ovviati o per lo meno attenuati grazie all’islamic finance.
In molti paesi in via di sviluppo il micro-credito sta attirando sempre maggiore attenzione come politica di sviluppo, per raggiungere i poveri, innalzare il loro tenore di vita, creare lavoro, spingere la domanda di beni e servizi e in questo modo favorire la crescita economica e alleviare la povertà.
I micro-imprenditori non richiedono sussidi, ma accesso continuo e semplificato al credito e ai servizi finanziari. Mentre i sussidi mandano un segnale di disincentivo ad un utilizzo efficiente delle risorse, i prestiti costituiscono uno stimolo allo sfruttamento coerente dei fondi mutuati.