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martedì 6 agosto 2013

Il senatore Lucio Malan (Pdl-Forza Italia) dal suo blog se la prende con la casa editrice, per una sua pubblicazione, e con un pastore valdese

UN PASTORE PARLA DI “BRANI BIBLICI AFFETTI DA OMOFOBIA”. E CITA ROMANI 1. Allora è vero che con la legge anti omofobia la Bibbia è fuorilegge!

Nell’ultimo numero di Riforma (che a un mese dai fatti non ha ancora dato notizia del predicatore evangelico arrestato a Londra per una legge “anti-omofobia” molto simile a quella in discussione in Italia) c’è un’ampia recensione del libro di Nicolò D’Ippolito, In cammino tra fede e omosessualità, prefazione di “don” Franco Barbero, Edizioni La Zisa. L’autore dell’articolo è il pastore valdese di Palermo Giuseppe Ficara, già membro della Tavola per sette anni e recentemente eletto pastore in una delle due più grandi comunità valdesi, Luserna San Giovanni, dove si insedierà tra breve. Insomma, una delle figure di spicco della Chiesa Valdese, che, peraltro, fino ad ora non si era distinto per posizioni estreme.
La recensione (che siti meno rispettosi di noi del diritto d’autore di Riforma già riportano integralmente) potrebbe essere definita “adesiva”, sembra cioè sposare totalmente le tesi del libro. Ma c’è un punto dove il pastore Ficara ci mette del suo, quando dice “Ho apprezzato la notevole precisione teologica nell’esporre i brani biblici affetti di omofobia: quello di Sodoma nella Genesi, quello di Romani 1; ma anche la problematica degli eunuchi.”
Abbiamo più volte detto che il problema di una legge anti “omofobia”, è che cosa si intenda con questo termine. Tutti sono d’accordo sul fatto che vada punito chi inciti a picchiare i gay. Ma questo comportamento è punibile, già oggi, dall’articolo 414 del codice penale: “Chiunque pubblicamente istiga a commettere uno o più reati è punito, per il solo fatto dell’istigazione: con la reclusione da uno a cinque anni, se trattasi di istigazione a commettere delitti”. Tuttavia c’è chi vorrebbe fare dell’ostilità verso un certo orientamento sessuale una aggravante particolare nel caso di commissione di reati. Una posizione discutibile, dato che – ad esempio – non c’è nessuna aggravante specifica per chi picchia un disabile, ma almeno non sarebbe una misura pericolosa. Il pericolo, abbiamo detto più volte, è che con il testo di legge attualmente in discussione, chi sostiene la maggiore valenza sociale o morale della famiglia tradizionale rispetto a coppie dello stesso sesso, ovvero affermi che l’omosessualità è un peccato davanti a Dio venga ritenuto “omofobo” e dunque punito con il carcere.
Nello stesso numero di Riforma che, a pagina 10 afferma non esserci questo pericolo, e che tutti i cristiani dovrebbero volere la legge anti omofobia, a pagina 7 il pastore Ficara afferma con certezza che Genesi 19 e Romani 1 sono “affetti di omofobia”. È evidente, allora, che leggere in pubblico questi brani mostrando di condividerli sarebbe reato di “omofobia”, previsto dall’attuale testo della legge. E, sempre in base a quel testo, la sola appartenenza a organizzazioni che sostengano tali idee, andrebbe punita con il carcere, da sei mesi a tre anni. La pena è raddoppiata per chi dirige tali organizzazioni.
E questo sulla base dell’autorevole parere di Giuseppe Ficara che, come pastore è sicuramente esperto di Bibbia e come studioso di problematiche legate all’omosessualità, è qualificabile come esperto in omofobia.
Ma una legge dello Stato sbagliata ci importa meno di un pastore che parla di brani della Bibbia“affetti” da qualcosa, che sia omofobia o altro. Quella Bibbia che, secondo la confessione di fede che ha solennemente sottoscritto un giorno, “divina e canonica, ciò è (per) regola della nostra fede e vita”, aggiungendo “che riconosciamo la divinità di questi libri sacri non solo dalla testimonianza della Chiesa, ma principalmente dalla eterna et indubitabile verità della dottrina contenuta in essi, dall’eccellenza, sublimità e maestà del tutto divina che vi si dimostra, e dall’operatione dello Spirito Santo che ci fa ricevere con riverenza la testimonianza la quale ce ne rende la Chiesa, e che ci apre gli occhi per iscoprir i raggi della celeste luce che risplendono nella Scrittura, e corregge il nostro gusto per discernere questo cibo col suo divino sapore”.
I casi sono due: o Giuseppe Ficara, che pure è pastore alacre e predicatore appassionato, sbaglia oggi a parlare di brani biblici affetti da omofobia (che una legge sostenuta da tanti pastori vuol punire con il carcere) o ha sbagliato quando ha sottoscritto la confessione di fede nell’essere consacrato pastore. Noi speriamo davvero che si sia sbagliato nello scrivere quella recensione. Attendiamo si sentirlo da lui.

martedì 30 luglio 2013

«Non importa se la strada è una “trazzera”. Fede e omosessualità, un cammino reso meno arduo dalla preghiera» di Giuseppe Ficara (Riforma, numero 30, 2 agosto 2013, pagina 7)

Il titolo del libro* non deve indurre a una interpretazione errata del suo contenuto. In cammino tra fede e omosessualità non significa che c’è un cammino che permette il passaggio dalla fede all’omosessualità come se l’omosessualità si contrapponesse alla fede e ne dichiarasse la sua assenza. Si tratta piuttosto di un cammino biografico che l’autore riporta, il suo, il quale, partendo dalla fede giunge alla fede, a una fede cioè più matura e consapevole, non ipocrita, ma che cerca ogni giorno di essere sempre più autentica. Ma Nicolò non arriva finalmente a destinazione e scrive così la sua storia; Nicolò scrive per dire che la fede è sempre un percorso e mai un capolinea, la fede è un work in progress, un cammino, appunto: non per nulla in copertina vi è una trazzera. Non c’è disegnata un’autostrada perché devi vivere ogni momento dei tuoi passi, non puoi sorvolare velocemente con un’automobile perdendo tutto il senso della vita. Così l’autore può affermare: «la vita è un divenire, un continuo crescere. Guai a pensare di essere arrivati» (p. 108).
Nicolò d’Ippolito esordisce spiegando che, dopo la scoperta della sua omosessualità, la considerò come una punizione di Dio, e che comunque non poteva accettare né come punizione né come evento della vita perché desiderava una «famiglia», avere dei figli, una vita «normale». Ma la sua visione di famiglia e di figli era ancora quella tradizionale per la quale la sua condizione diventava un impedimento affinché si realizzasse. In effetti, l’autore spiega bene quale fosse il vero problema: «Forse non mi accettavo ancora» (p. 22). In tutto il racconto storico, che non è cronologico se non per quanto riguarda una consapevolezza di sé sempre più matura, vi è un filo rosso che non si interrompe mai ed è la preghiera al Padre. Non ci sono occasioni in cui il Padre non sia interpellato, o non ci si affidi a lui. Nicolò ha pregato anche per chi lo ha ferito intimamente, come don Pancrazio che nell’omelia inveisce contro la classe docente, a suo dire, amorale e sviante perché di sinistra. Curiosa l’omelia contro il demonio che le donne avrebbero fra le cosce (p. 55). Ovviamente l’interpretazione della realtà e della preghiera è tutta di Nicolò, quindi autentica: come egli ha vissuto i problemi e come ha vissuto la preghiera di richiesta e la risposta che spesso non perveniva, mentre altre volte era più che chiara. «Non capivo perché ogni volta che mi sentivo soddisfatto precipitavo nella disperazione. E il Padre mi lasciava senza risposte» (p. 27). Eppure a p. 68, in una condizione di grande agitazione e quasi disperazione, una bella risposta Nicolò se la dà: «E se fossi stato lo strumento per far capire che dove c’è amore c’è Dio? Gesù lo aveva fatto “ed era finito sulla croce”, mi ripetevo. “Ma col suo amore ci aveva salvati tutti”».
Perciò le scelte, ma soprattutto gli stati d’animo devono diventare palpabili per essere una risposta del Padre o una richiesta al Padre. Delle gocce luminose indicano una risposta positiva, un intervento del Padre con la gioia che ne consegue, e delle presenze attorno a sé indicano la lotta che Nicolò intraprende dopo un’astinenza casta di due anni, ricominciando a vivere includendovi la propria sessualità piuttosto che reprimerla; Nicolò lotta per perseguire la propria affermazione, la propria identità di essere umano con le proprie peculiarità. Rinuncia alla rinuncia, dice basta alla repressione della sua sessualità perché nessuno ha il diritto di chiederglielo, neppure il «Padre».
L’insistenza ossessiva di Nicolò nel convincere il lettore circa il fatto che gli omosessuali nascono tali perché si tratta di un fatto genetico, indipendentemente dalla scientificità di questa affermazione, vuole semplicemente affermare con forza che gli omosessuali sono creati da Dio, sono una buona creazione di Dio, sono figli di Dio e quindi, come tutti, un dono di Dio. Perciò Nicolò afferma: «Oggi è assodato che omosessuali si nasce e non si diventa, se mai ci si scopre, ci si accetta anche in età adulta, vivere contro natura sarebbe un peccato contro il corretto sviluppo psicofisico affettivo di ogni essere umano, e contro Dio, Padre e Madre» (p. 87). Ho apprezzato la notevole precisione teologica nell’esporre i brani biblici affetti di omofobia: quello di Sodoma nella Genesi, quello di Romani 1; ma anche la problematica degli eunuchi. Là dove è riportata la lezione del pastore Giampiccoli relativa ai quattro termini per definire l’essere umano c’è un piccolo errore di trascrizione a pag. 74: infatti non è Adòn/Adonà per definire l’uomo tratto dalla terra, ma Adam/Adamah. Ma bisogna sapere l’ebraico per notare l’errore. Nicola scrive per parlare della sua gaytudine, come egli la definisce. Ma perché ce n’è bisogno? Perché non è riconosciuta la dignità delle persone omosessuali. «Ho lottato per vivere con dignità e non finirò mai di asserire il mio orientamento sessuale sino a quando lo Stato italiano mi farà vivere come cittadino di serie B. Quando anche in Italia avremo una legge contro l’omofobia e per i matrimoni omosessuali finirò di parlare della mia gaytudine perché allora sarò un cittadino, un fratello come gli altri» (p. 96). In conclusione voglio citare delle parti molto belle sulle chiese, là dove, parlando della sua frequentazione della Comunità di San Saverio, Nicolò dice: «Non ci sono cristiani migliori per l’appartenenza a una chiesa. Ci sono esseri umani che, come tali, possono essere intelligenti o meno, superficiali o responsabili, colti o ignoranti. L’importante è vivere da cristiano.
Non ci sono etichette. Continuo a considerarmi valdese per quanto la chiesa porta avanti per innovazioni e interpretazione della Bibbia. Da noi la comprensione è in itinere, non c’è una verità assoluta, ma in evoluzione». Credo che all’autore questa autobiografia gli sia servita per fare il punto della situazione: dove sono arrivato? Quale futuro? Ci sono alti e bassi, cadute e riprese: bene – dice Nicola – così posso capire meglio, riflettere, crescere e andare avanti. «Il Padre non ci dà nulla che le nostre spalle non possono sopportare… Adesso so che c’è lui a sorreggermi, anche quando non lo sento» (p. 106). Ma ecco che torna la speranza che, fin dalle prime pagine, aveva fatto capolino, prima come rivendicazione, ora, appunto come speranza che dà un senso compiuto alla vita, all’esistenza nella certezza che il Padre esaudisca nella preghiera: «E continuo a credere, a sperare che un giorno anch’io possa avere un compagno, una famiglia e vivere benedetti dalla comunità nel nome del Padre» (p. 106).

*Nicolò D’Ippolito, “In cammino tra fede e omosessualità”, prefazione di don Franco Barbero, Edizioni  La Zisa, pp. 112, euro 9,90

martedì 2 luglio 2013

Palermo 4 luglio 2013, Si presenta “In cammino tra fede e omosessualità” di Nicolò D’Ippolito



In cammino tra fede e omosessualità” è il titolo del saggio autobiografico di Nicolò D’Ippolito, mandato in questi giorni in libreria dalle Edizioni La Zisa, che verrà presentato giovedì 4 luglio, alle ore 17 e 30, presso la Bottega dei Sapori ed i Saperi della Legalità di piazza Castelnuovo 13, a Palermo. Interverranno, oltre all’autore, Claudio Cappotto, psicoterapeuta, e Giuseppe Ficara, pastore valdese. Modererà Davide Romano, giornalista.

Il libro: Nicolò D’Ippolito, “In cammino tra fede e omosessualità”, prefazione di don Franco Barbero, Edizioni la Zisa, pp. 112, euro 9,90

L’incontro con se stessi è sempre il più difficile perché ovunque si vada c’è un io che insegue, uno zaino che non si può deporre. Finché questo incontro non avviene, finché non accogliamo noi stessi, in nessun luogo e in nessuna persona troviamo una “casa” accogliente. Per Nicola questo viaggio è stato lungo, ma lentamente si è aperto il sentiero della pace con se stesso. Dopo gli anni trascorsi nella “trita umanità” del Rinnovamento, l’incontro con l’analisi e con fra Felice, avvenne la svolta: anche Dio gli apparve come amore. Il confronto rigoroso e continuativo con i passi biblici, che solitamente gli omosessuali si sentono scagliare contro come sassi, fu facilitato dall’ingresso nella chiesa valdese di via dello Spezio di cui l’Autore esplicita luci e ombre. In ogni caso il dilemma tragico “o rinunciare alla sessualità o rinunciare alla fede” si smonta. Tra esperienza omosessuale, accolta e vissuta come dono, ed esperienza cristiana cessa ogni conflitto. (dalla Prefazione di don Franco Barbero)

Nicolò D’Ippolito nasce a Petralia Sottana, provincia di Palermo, il 18 marzo 1948. Docente di Letteratura italiana e Storia, si avvicina al giornalismo e al Teatro, collaborando con diversi giornali e firmando la regia di numerosi spettacoli. Ha pubblicato racconti su riviste e giornali e ha scritto testi teatrali. Continuo il suo impegno nel volontariato e nella lotta per i diritti umani. Attualmente in pensione, vive a Palermo. Ha pubblicato: “Vite incrociate” (2008), “Ciccioblack2009@hotmail.it” (2009), “Andrò via come le nuvole” (2010), “Lacrime in pelle” (2011), “Come foglie al vento” (2012).