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martedì 6 luglio 2010

IL TEMPO LEGGENDARIO di Adriana Piazza (Ed. La Zisa)


Presentazione di N.N.

Ringrazio l’autrice del “ Tempo leggendario” per avermi affidato il delicato compito di presentare il suo romanzo.
A una parte dei presenti è nota la Prof.ssa Adriana Piazza , ma per coloro che non abbiano avuto modo di seguire il suo percorso artistico, dirò brevemente.
La biografia di chi scrive va dedotta o intuita e interpretata nell’opera, tenendo conto che scrivere e narrare per l’autore, non è confessarsi, quanto: sublimare l’esistente, tradurlo in simbolo, perché la vita vi traspaia.
Adriana Piazza ha insegnato lingua e letteratura francese, presso gli Istituti superiori di questa città, ha pubblicato testi scolastici sulle problematiche legate al turismo e alla civiltà francese, nel 1997 è stato dato alla stampa il suo primo romanzo storico:”L’inflessibile voglia di Marie” sul ruolo delle donne nella rivoluzione francese, romanzo che è stato accolto con un discreto successo di critica e di pubblico.
“Il tempo leggendario” è il suo secondo romanzo, di carattere storico – psicologico, al centro dell’universo dell’autrice ancora una volta memorabili figure di donne anticipatrici e capaci di cambiamenti epocali,come Marie la sovversiva del suo primo romanzo.
Un pomeriggio di primavera, come questo che ci vede riuniti: la nipote accompagna la nonna alla Villa dei Colli, vecchia dimora di famiglia, ormai fatiscente; chiede di restare sola con se stessa e ripercorre a ritroso le tappe della sua esistenza, di quel pomeriggio sintesi di una vita rimane un prezioso quaderno di appunti: la nipote è Adriana Piazza, il romanzo è: “Il tempo leggendario.”
L’analessi è la tecnica che consente questo memorabile viaggio nel tempo, in un gioco di simmetrie speculari, che approda ad una concezione ciclica del tempo,
quello lineare della modernità è reso attraverso l’osservazione del dissennato processo di cementificazione e avvertito pertanto con disappunto.
Il tema centrale, per rievocarlo alla maniera proustiana, è :”l’immenso edificio del ricordo” o più poeticamente, alla maniera di Foscolo :
” e quando
il tempo con sue fredde ali vi spazza
Fin le rovine, le Pinplèe fan lieti
Di lor canto i deserti, e l’armonia
Vince di mille secoli il silenzio.

La poesia come memoria collettiva che vince il silenzio dei secoli e allieta i deserti.
Altro tema altrettanto forte, quello del luogo, come composizione e specchio dell’identità antropologica dei personaggi.
Una bella costruzione in stile Art Nouveau.
Un grande cancello all’ingresso, sormontato da un arco, è la Villa degli Spiriti che la bambina Giulia e il fratello Franz hanno preso l’abitudine di andare a spiare la sera, attraverso la cancellata: paura, mistero, curiosità, ma anche coraggio che la presenza di Franz infonde in Giulia, sono questi i sentimenti che animano le loro scorribande.
Incollata alle sbarre del cancello, Giulia non riesce a vedere che dettagli insignificanti, niente di tutto ciò che la sua fervida fantasia può avere partorito.
L’autrice del tempo leggendario non ha fatto altro che sviluppare questa semplice immagine e portarla alle sue estreme conseguenze.: il cancello è il filtro tra Giulia e la realtà, e Giulia che trascorre una vita tutt’altro che da eremita, però sempre mantenendo tra sé e gli altri, questa minima, ma invalicabile distanza.
Giulia che guarda da dietro la cancellata della villa è un’allegoria dell’autrice?
Del suo modo sospeso di essere nel mondo?
E’ un’allegoria del “disimpegno” ?
O al contrario dell’”impegno”?
Lo sfavillante mondo della Belle Epoque palermitana, che è il contesto del romanzo, è riproposto come un ideale attuale , sia pure con le sue sbavature e censure o è ironizzato nello stesso senso in cui Manzoni si faceva beffe di alcuni aspetti della vuotaggine del seicento?
Queste sono alcune delle questioni che nascono spontanee.
Il romanzo si snoda su tre direttrici principali: edificazione di un eden, impietosa dissoluzione e riedificazione alla luce di una mutata visione del mondo.
Gli occhi di Giulia, la bambina protagonista del romanzo, sono acuti e ineludibili, sono gli infiniti occhi di tutti coloro che prematuramente hanno varcato la soglia dell’età adulta.
il romanzo costituisce un nitido affresco della Belle Epoque palermitana.
Romanzo piuttosto insolito che sfugge ad ogni definizione precisa,ma qualche accostamento può essere tentato ed essere letto come una sorta di : “Luna e i falò” all’incontrario, perché anche per Pavese ricordare è la vera materia del romanzo, Anguilla ritorna, rivede le colline, il Belbo, le vigne e i falò, mitizzati da lontano, sono al suo ritorno: la testimonianza della dissoluzione di un mondo.
Giulia rimane e dal deperimento dell’universo che ha idoleggiato, ne vede sbocciare un altro, meno enfatico, ma, forse,anche più vero.

La mitica età dell’oro con la convinzione prepotente che l’umanità si sia totalmente e trionfalmente affrancata dalle barbarie e miseria fallirà di fronte alla crisi che condurrà di lì a poco al primo grande conflitto mondiale, i segni premonitori di questa tragedia epocale e di decomposizione della società sono presenti nel romanzo, occorre una lettura rallentata per poterli identificare, si assisterà ad un cambiamento che scardinerà un mondo per ridisegnane un altro, ad un prezzo inaccettabile, come ebbe a dire Ungaretti:
” Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro.

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto”

In questo quadro di riferimento si muovono i personaggi del romanzo. quelli maschili: lestofanti, come Carlo, il fidanzato di Marianna e il conte, marito di Carolina o leggendari e irraggiungibili, come il padre e il fratello di Giulia, Franz; tutte queste figure strutturate in coppie antitetiche, insieme ad altri personaggi, forse minori, come Michele più strumentale alla rivisitazione de “La Villa dei Colli”.
Andrea lo sfuggente e affascinante pianista, Peppino il devoto custode, delineano un orizzonte complesso col quale si interseca e da cui si diparte quello femminile.
Anche i luoghi sono antitetici, sotto il profilo valoriale, perché gerarchicamente strutturati; basta osservare la geografia della villa dove alle stanze della rappresentanza e dell’esteriorità si oppongono quelle della quiete, della laboriosità: la cucina, la biblioteca e più riposte infine, quelle dell’intimità.
Ma tutti gli spazi, pur se l’autrice non rifugge da talune descrizioni miniaturistiche, siano essi aperti o chiusi, sono essenzialmente funzionali a definire l’identità umana dei personaggi che li vivono: la Marina, la Favorita, Mondello, e più lontano: la Tunisia, Malta, la Grecia che svela a Franz un più autentico senso dell’esistenza che non gli consente più battute d’arresto; sia nella sua città, dove ora ne scopre un’altra, perché ai villini dell’Olivuzza e al fasto di via Butera si contrappongono i quartieri fatiscenti, sia a Messina dove si compirà, insieme al suo stesso destino, uno dei drammi più inattesi di inizio secolo.
E’ questa la linea d’ombra che segna l’impietosa dissoluzione dell’Eden, sono le figure maschili a squarciare quel velo, ora per esplorare i confini di un mondo nuovo più inquietante, ma anche tanto più umano, o tutti tesi, narcisisticamente, a rincorrere i luoghi del delirio edonistico e della vita da copertina, come fa il marito di Carolina a Montecarlo.
Ma non occorre andare così lontano, perché i luoghi della vanità sono anche dietro il cancello del giardino della Villa dei Colli: alla festa della zagara:” con lo sperpero di fiori recisi, sacrificati in un’esibizione di inutile vanità;” ai sabatini di Villa Giulia per le fanciulle “ninnolo;” a casa di donna, forse, Laura o Adelaide Florio; ma si può anche restare al di qua del recinto e la festa ha trasformato,per una diabolica alchimia, la sala di rappresentanza: “con l’odore nauseabondo, gli avanzi di fiori appassiti, i rimasugli dei liquori nei bicchieri;” nella sala degli orrori.
Ma cosa resta a Giulia, a Marianna, a Carolina, a Sofia che esplorano quel mondo o da dietro la cancellata del giardino de “La Villa dei Colli”, metafora dell’universo
miniaturizzato o da un convento dove gli unici deliri edonistici assumono il volto, o del trionfo di gola, o della vegetazione lussureggiante che stride, un po’ tanto, con l’atmosfera austera e ne denuncia i limiti, così che il tutto non convince Giulia che forse non è mai stata completamente bambina: la delude la recita delle sorelle così lungamente attesa, non le scaldano il cuore le cerimonie religiose, ma le raggelano i pensieri e con la mente percorre, gli spazi aperti, come Franz, il fratello che la ammalia; lo segue nelle scorribande alla “Villa degli Spiriti”, ma è lì, che con i graziosi cagnolini che si dileguano, soffocata dall’angoscia, Giulia scopre di essere “di porcellana.”
Ma, come le altre donne del romanzo, trova una forza, ma una forza che rovescia ogni sconfitta in vittoria: Marianna, infrange la convenzione corrente e respinge il fidanzato fedifrago che vuole barattare un valore disatteso con un volgare gioiello e dopo la rottura del fidanzamento con Carlo, compie il più bel viaggio dell’animo umano e ritrova se stessa.
Carolina si rivela, dopo la separazione dal marito che, invece della famiglia, ama l’azzardo, il lusso e le proprietà della moglie che allegramente dilapida: madre esemplare e maestra encomiabile.
Sofia, anche se non conosce la sconfitta, lotta con altrettanta tenacia e trasforma i vagheggiamenti di una bimba nella realizzazione di una donna, attraverso l’arte.
Giulia sta a guardare e nella Villa scopre: nelle sere d’estate, quando la terrazza assomiglia ad un immenso planetario: l’incanto della notte nel giardino di casa, l’affettuosa intimità materna sul pianerottolo dinanzi alla finestra prima di andare a dormire, le voci inquietanti degli abitanti nel cortile, l’amore per la letteratura nella biblioteca con Franz, l’amicizia con Franceschina e il desiderio di libertà di cui, il paniere di ficodindia che scambia con i suoi giornalini, è l’emblema.
Fuori dalla villa scorge: i violinisti ciechi al teatro delle marionette, la magia del mare, lasciandosi inzuppare i vestiti dalla risacca, vicino casa di madrina Elvira a Cefalù, le famiglie in cerchio che vegliano sui bambini addormentati per la festa di Santa Rosalia che anche il padre predilige, la incantano gli splendori del viale della Libertà, il sapore della merenda a “La Palazzina Cinese”.
Ne scaturisce un universo femminile, prima sognante e disarticolato dalla realtà, poi caparbiamente solido, unito: persino la sottile incrinatura tra Giulia e Sofia è stata ricomposta, un nuovo mondo è nato a rappresentare i valori più edificanti di una società, che lo sguardo sapiente di Giulia ha colto nei suoi bagliori, ma anche nei suoi inaccettabili egoismi, perché disgusto e rabbia offusca l’animo di Giulia, davanti alla cucina dei contadini con la mangiatoia per gli animali; ma l’amicizia con Franceschina, i doni scambiati stanno a dirci, già da allora, che la crescita di una società è possibile, solo attraverso un dono reciproco, e la gioia dei contadini, a dispetto del degrado del luogo, beffeggia l’inutile lusso delle passeggiate alla Marina.
Le figure femminili, alcune, solo apparentemente minori: perché, anche Marta la cuoca e Bettina la bambinaia magica, insegnano pazienza e tenerezza, su tutte le immagini campeggiano, oltre a quella della protagonista che dà luogo all’indimenticabile flashback, quella della mamma di Giulia, la donna a cui lei più di tutte vuole assomigliare nella vita di coppia, di madre e in quella sociale e soprattutto nell’indiscusso coraggio che dimostra dopo l’amputazione della gamba.
Ma insieme allo slancio lirico, ricordare è la vera materia del romanzo?
C’è un movente morale?
E qual è?
Il messaggio materno che l’amore è possibile nel delicato dialogo dei corpi e delle anime, pur con qualche fugace malinconia e l’incanto del giardino della Villa, dagli effetti lirico-simbolici, chiudono il romanzo; a significare nel fluire delle sequenze scenografiche che la vita è fatta di momenti, sospesi al filo del ricordo e poiché la fotografia ci consegna gli istanti; può essere come quella in copertina, emblema della vita: contro la beffa inclemente del tempo.
Ma è Franz, forse il vero protagonista del romanzo, alla ricerca di un mondo oltre i confini di quell’esistenza dorata .
la Grecia, Malta, la Tunisia, e quello che ha visto, non gli consente di essere più come una volta, i luoghi sono visti privi di ogni infatuazione paesaggistica, perché pullulano invece di un’umanità sofferente che non è possibile ignorare, tutto ciò non cambia in Franz il sentire di un momento, ma cambia dalle fondamenta l’uomo che matura un progetto di società diversa, fondato su una concezione di umanità globale, è forse questo il messaggio di straordinaria modernità e di attualità del romanzo, avvertito e vissuto forse dal più profondo dei personaggi creati dall’autrice, perché Franz da cui la sorella Giulia è ammaliata, ed è facile essere ammaliati, perché è colui che spinge gli occhi un po’ più in là del comodo cortile di casa, è l’Ulisse che è in ognuno di noi, colui che dà senso alla propria esistenza attraverso la conoscenza di sé e del mondo più vasto e ne paga il prezzo più alto.
Certo Franz come tutti i personaggi profondi, è scomodo, perché non si muove in sintonia con un mondo che vagheggia banchetti e festini.
E la sala della rappresentanza che si trasforma nella sala degli orrori, con i rimasugli dei liquori nei bicchieri, esprime così densamente l’accartocciarsi di un mondo, quando ruota intorno a sé stesso, incapace di guardare oltre il cortile di casa propria, chiuso in un narcisismo trionfante, a questo proposito molto sta a dirci, soprattutto oggi, questo personaggio inquieto, animato da un’ umanità straripante, figura tanto più chiaroveggente, se si pensa che il mondo ridisegnato dal conflitto mondiale che da lì a poco si sarebbe scatenato, non ne ha migliorato i confini, ma inasprito i conflitti in un’escalation di sopraffazione e di morte.
Il messaggio di solidarietà di Franz, così brutalmente inflazionato oggi in una società che molto ne parla, ma poco la pratica, dovrebbe farci riflettere su una questione a mio avviso nodale che l’umanità necessita di un pensare e di un sentire globale, non finalizzato al saccheggio mondiale di tutti contro tutti, ma alla condivisione più equa di tutto per tutti,
Ma quale può essere il senso della letteratura in una società così prodiga di oggetti e avara di sentimenti?
Forse quello di esplorare e rappresentare il luogo privilegiato dell’anima e i suoi misteri.
Ringrazio la Prof.ssa Piazza di averci regalato personaggi che con la loro umanità aiutano a dilatare la nostra.

mercoledì 29 luglio 2009

Adriana Piazza, "Il tempo leggendario", Ed. La Zisa, Palermo, pp. 144, euro 10


Il tempo leggendario", è il ritratto di un'epoca, di un clima intellettuale di una generazione. L'epoca è la Belle Époque palermitana, un momento tra i più affascinanti e fastosi del capoluogo siciliano, ma anche colmo di pregiudizi, di inutile decoro borghese, di falsi valori, avidità, ipocrisia, egoismi. L'autrice descrive con olimpica imparzialità la storia di una famiglia vista con gli occhi di una bambina: è dunque la storia di un' infanzia e un'adolescenza analizzate con rara penetrazione psicologica, nonché l'immagine di una formazione intellettuale e morale. Assai presto, infatti, la piccola protagonista comincia a sentire i primi dubbi, comincia a intravedere i pregiudizi meschini, che si celano sotto la lucida superficie del mondo dorato della Belle Époque. Ma il processo di liberazione avverrà al prezzo di dolorose lacerazioni, nell'alternarsi di delusioni al contatto del mondo esterno e di dispiaceri familiari tra cui basti ricordare l'esperienza delle sorelle che lottano per strapparsi ai vincoli della società del tempo, e la tragica sorte di Franz, l'adorato fratello che è tra i personaggi più toccanti del libro. Infine, nelle pagine conclusive del romanzo, una revisione sentimentale, anch'essa dolorosa, condurrà la giovanissima protagonista alle soglie dell'età adulta.

Adriana Piazza è nata a Palermo dove ha insegnato Lingua e letteratura francese nelle scuole medie superiori. Ha pubblicato testi scolastici dedicati alle problematiche del turismo e della civiltà francese (D'Anna - Firenze) e il romanzo «L'inflessibile voglia di Marie», sua prima opera di narrativa, oltre a numerosi racconti. Nel 2001 ha vinto il primo premio del concorso nazionale letterario «Il racconto breve – Nuccio Raffa». Successivamente, ha vinto diversi premi del concorso letterario Città di Avellino. Ha collaborato al mensile «Sicilia nell'arte e nella letteratura».