Visualizzazione post con etichetta Antimafia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Antimafia. Mostra tutti i post

mercoledì 12 maggio 2021

Il libro di Dino Paternostro "La strage più lunga": gli anni di piombo della Sicilia che chiedeva diritti


dUMBERTO SANTINO

 

Primo Levi, nel suo I sommersi e i salvati, parla di «derive della memoria», una reazione difensiva, da parte dei superstiti dell’Olocausto, per rendere meno intollerabile il ricordo di «un’offesa insanabile» . Ma più che una “ deriva” forse si dovrebbe parlare di una vera e propria rimozione, se si pensa che tanti sopravvissuti si sono decisi a raccontare quello che avevano vissuto soltanto dopo moltissimi anni. E non c’è solo l’Olocausto, una realtà tanto inaccettabile, al limite dell’incredibile, da doverla rimuovere. Gennaro Jovine, il protagonista di Napoli milionaria, di Eduardo De Filippo, tenta di raccontare gli orrori della guerra, ma i familiari non vogliono ascoltarlo. « La guerra è ‘ fernuta » , gli dicono, aggrappati come sono alla ragnatela dei contrabbandi, ma per lui la guerra non è “fernuta”, poiché per chi l’ha vissuta la guerra è un’esperienza incancellabile.

Questa rimozione della memoria è avvenuta anche per i protagonisti di questo libro di Dino Paternostro (“ La strage è più lunga. Calendario della memoria dei dirigenti sindacali e degli attivisti del movimento contadino caduti nella lotta contro la mafia”, Edizioni della Zisa), che finalmente ricostruisce, nome per nome, vita per vita, una storia che è stata in gran parte cancellata o rievocata per frammenti e con imprecisioni o fraintendimenti. E bisogna chiedersi perché e come è potuto accadere. La memoria non è un automatismo, ha bisogno di chi se ne assume l’impegno: una persona o un’organizzazione, un partito, un sindacato, un comitato, un’associazione che la considerano essenziale per la loro storia e la loro identità.

Facciamo qualche esempio. La memoria dei Fasci siciliani, che destarono interesse a livello internazionale, suscitarono consensi entusiastici e stroncature implacabili, è stata sotterrata perché il Partito socialista, che ne resse le fila, almeno per buona parte, è andato per altre vie, fino a naufragare nel pantano di Tangentopoli. Ma questo è accaduto anche per molti dei sindacalisti, militanti e dirigenti del movimento contadino caduti nel corso del Novecento. Non ne hanno mantenuto viva la memoria i familiari, tranne alcune eccezioni, perché non se la sono sentita, perché sono stati lasciati soli, perché sono andati via e, anno dopo anno, giorno dopo giorno, è sopravvissuto solo un ricordo sempre più sbiadito. Come la fotografia, spesso una fototessera, che mostrano a chi cerca di ridestare quel ricordo. Ma è un ricordo lontano, il fantasma di un’altra epoca, perché la storia è andata per altri percorsi, con i flussi migratori che spopolavano i paesi che avevano visto maturare quelle lotte, che erano stati insanguinati da quelle stragi e da quegli assassinii. Dei primi anni del Novecento si sono salvati i nomi di alcuni dirigenti sindacali o di partito che hanno lasciato tracce del loro operato, ma il nome di Giovanni Orcel, che ebbe un ruolo significativo come segretario della Fiom e tessitore di rapporti con il movimento contadino, non figura nei libri più noti su mafia e antimafia. Orcel è una figura scomoda, in contrapposizione con una linea “ riformista”, svilita da una pratica compromissoria con il padronato. E questo, assieme all’eliminazione del capomafia, indicato come responsabile del suo assassinio, una sorta di “giustizia proletaria”, in sostituzione dell’impunità istituzionale, può aver pesato nelle “ ragioni dell’oblio”.

Per i sindacalisti e i manifestanti uccisi nel secondo dopoguerra, c’è incertezza pure sul numero. Si parla di 39 vittime, compresi i caduti di Portella, dal 1944 al 1955; sarebbero 52 i dirigenti politici e sindacali morti per mano mafiosa dal 1944 al 1960, secondo l’elenco contenuto nella legge regionale n. 20 del 13 settembre 1999; 60 dal 1944 al 1968; 150 se si considerano anche le vittime della banda Giuliano e di altre bande e i caduti ad opera delle forze dell’ordine durante manifestazioni popolari, come la “ strage del pane” del 19 ottobre 1944 a Palermo. Ma in questi elenchi figura anche qualche personaggio vittima di scontri all’interno del mondo mafioso, come se la morte avesse azzerato conflitti e prese di posizione che hanno segnato un confine tra mafia e antimafia.

Questo libro è il frutto più maturo della strategia di recupero della memoria che ha visto la Cgil negli ultimi anni colmare un vuoto, con segni materiali, lapidi, targhe stradali, che possono essere i primi passi per rinnovare una toponomastica ferma al mito monarchico e risorgimentale, con pesanti risvolti sicilianisti: a Palermo, sul piedistallo del monumento a Francesco Crispi, il massacratore dei Fasci, c’è scritto: ”La monarchia ci unisce...” e le scuole sono intitolate a re e regine sabaudi, tra cui Vittorio Emanuele III, che aprì le porte al fascismo e firmò le leggi razziali. Sono questi gli esempi che offriamo ai nostri studenti. Le commemorazioni di figure dimenticate, considerate non come eventi rituali, ma parte integrante dell’azione sindacale, hanno tracciato un nuovo cammino e un buon tratto di strada è stato percorso con il Centro Impastato. Alla luce di queste esperienze si spiega l’adesione della Camera del lavoro di Palermo come partner del Centro nel progetto del Memoriale- laboratorio della lotta alla mafia.

Il sottotitolo del libro è “Calendario della memoria”, ma questo libro è più che un calendario, non è solo una sorta di santorale laico. Ricostruisce biografie individuali e le inserisce in un contesto. Riscopre una storia. La storia di un percorso di Liberazione che può considerarsi la Resistenza della Sicilia in lotta, a mani nude, contro un nemico che fa uso delle armi e considera la violenza come risorsa e strategia. Troppo spesso vincente. E la memoria, che ripercorre questa storia, come viene sottolineato nella citazione che apre il libro, è « una memoria d’amore » , come quella del soldato Mizushima del film di Kon Ichikawa,“ L’arpa birmana”, ma la Spoon River siciliana più che un cimitero abbandonato è un luogo d’incontro in cui ognuno ha il suo volto e il suo nome e racconta la sua vita.

(La Repubblica Palermo, 29 aprile 2021)

 

lunedì 16 novembre 2020

Novità in libreria: Dino Paternostro, “La strage più lunga. Calendario della memoria dei dirigenti sindacali e degli attivisti del movimento contadino e bracciantile, caduti nella lotta contro la mafia (1893-1966)”, Edizioni La Zisa, pp. 336, euro 24,90


In Sicilia, dall’Unità d’Italia alla metà degli anni Sessanta del ‘900, si è consumata “la strage più lunga” della nostra storia. Una strage “al rallentatore”, potremmo definirla, snodatasi nel corso di un secolo, il cui “filo rosso” è dato dalla pervicace volontà con cui mafia, agrari e “pezzi” di politica han no colpito il movimento contadino e bracciantile, guidato dal sindacato, che coraggiosamente rivendicava lavoro, diritti, libertà. Sono tanti i caduti di questa lunga strage, la maggior parte dimenticati. Questo libro recupera le loro storie e i loro volti, rendendo a tutti almeno la giustizia della memoria. Raccolti in questo “calendario”, voluto fortemente dalla Camera del lavoro di Palermo e dalla Cgil siciliana, ci sono i nomi dei dirigenti sindacali e degli attivisti del movimento contadino e bracciantile, caduti nella lotta contro la mafia. Di questi personaggi Dino Paternostro racconta le storie, così come emergono dagli archivi dello Stato e dagli archivi privati, dai documenti pubblici e privati, dai giornali e dalle interviste dei familiari. Le verità che emergono consentono una lettura aggiornata della nostra storia e del ruolo importante del sindacato e dei suoi dirigenti che, a pugni nudi, hanno lottato contro la mafia e per la costruzione di una Sicilia del lavoro, libera, giusta, civile e democratica.

 

DINO PATERNOSTRO, laureato in Filosofia, per anni segretario della Camera del lavoro “Placido Rizzotto” di Corleone, è oggi responsabile del dipartimento legalità della Cgil di Palermo. Giornalista pubblicista, dirige dal 1989 il giornale (adesso online) “Città Nuove Corleone” (cittanuove-corleone.net). Ha scritto diversi saggi storici, tra cui Placido Rizzotto e le lotte popolari a Corleone (Palermo, 1992), Corleone, l’antimafia sconosciuta 1893-1993 (Palermo, 1994), Antologia di un’epopea contadina (Palermo, 2011), Placido Rizzotto. I funerali di Stato (Palermo, 2016), Pio La Torre e la Cgil. L’impegno sindacale a Palermo e in Sicilia (Roma, 2018).

 

 Parte del ricavato della vendita del presente volume sarà destinato ai progetti dell’Associazione INSHUTI Italia-Rwanda onlus 

mercoledì 11 luglio 2018

“Il coraggio degli uomini” di NICO PARENTE (LEGGERE TUTTI N.122, GIUGNO-LUGLIO 2018, 52)




Recensione del volume curato da ERNESTO DE CRISTOFARO, “Le verità nascoste. Da Aldo Moro a Piersanti Mattarella e Pio La Torre”, con la partecipazione di Antonio Fisichella, Edizioni La Zisa, pp. 156, euro 14,90

Piersanti Mattarella e Pio La Torre. Due rappresentanti di opposte fazioni, ma uniti da un solo credo: la lotta a Cosa Nostra. DC il primo, comunista l’altro. Due posizioni da sempre in conflitto eppure unite, in quella terra di Sicilia dove lo Stato porta il nome di spietati criminali i quali, colti da delirio di onnipotenza e con la complicità dei poteri forti presenti in parlamento, hanno seminato panico e sangue per decenni attuando la così ribattezzata “strategia della tensione”. Due vittime, prima che di mafia, dello Stato, che li ha abbandonati come tanti altri. Non è un caso se il volume curato da Ernesto De Cristofaro con la partecipazione di Antonio Fisichella ha per incipit il delitto Moro, apripista di un oscuro intreccio tra Stato e gruppi armati, tra politica e terrorismo. Già, perché con il termine terrorismo non intendiamo soltanto mani armate al servizio della politica o della religione, bensì tutte quelle organizzazioni che attraverso la violenza mirano alla realizzazione dei propri obiettivi.

Una raccolta di saggi che vogliono far luce sul ruolo fondamentale di questi uomini di Stato, ma che non tralasciano altri martiri: Peppino Impastato, Falcone e Borsellino, Dalla Chiesa. Un omaggio all’impegno e al coraggio di questi uomini che hanno affrontato lo Stato combattendolo dall’interno, e che per questo hanno pagato con la vita.

Attraverso una meticolosa descrizione del contesto sociale dell’epoca, gli storici Settanta-Ottanta, gli studiosi raccoltisi attorno a questo volume mirano a far luce su due fatti di sangue ‘eccellenti’ per troppo tempo lasciati sepolti. Un volume necessario, da utilizzare nelle scuole. Per non dimenticare, perché la situazione attuale è conseguenza di quanto raccolto in queste pagine. Attraverso la violenza si può trasmettere la paura, si può forse intimare all’omertà. Ma il coraggio e le vite (troncate) di questi uomini non saranno mai dimenticate, non finché ci sarà qualcuno pronte a ripercorrerle. Perché “i libri non muoiono mai”. Parola di Luigi Bernardi.

giovedì 12 aprile 2018

Cosa nostra non è cosa mia, parla un imprenditore «Ho denunciato pizzo ma Stato mi ha lasciato solo» di Andrea Turco (MeridioNews, 27 MARZO 2018)




Nel libro pubblicato da Edizioni La Zisa Daniele Ventura racconta la sua vicenda di ex gestore di un bar, costretto a chiudere dopo aver pubblicamente denunciato i suoi estorsori. «La mia è una sconfitta per tutte le istituzioni». Ora gli sono rimasti i debiti e una flebile speranza «nei giovani»

«Resto nella mia Palermo». Daniele Ventura è un ex imprenditore, ora assediato dai debiti per un'attività commerciale iniziata sotto i migliori auspici e finita tra richieste estorsive, denunce isolate e la paura di una vendetta da parte della mafia. Non è un eroe, ammette di aver avuto paura e di continuare ad averne. «Il coraggio, uno, se non ce l'ha mica se lo può dare» per citare don Abbondio: ma la forza di volontà, quella sì, ce la si può dare: «Ho valutato altre ipotesi, ma ho scelto di restare per cercare di cambiare qualcosa, per non darla vinta a loro».

Ora Daniele, classe 1984, ha deciso di raccontare la sua vicenda in un libro. Si intitola Cosa nostra non è cosa mia, pubblicato dalla casa editrice La Zisa, con laprefazione di Stefania Petyx e la collaborazione di Franca Stefania Lo Cicero. «Questa è la mia storia - si legge nell'introduzione - la storia di un bambino divenuto ragazzo che ha combattuto contro la sua paura più grande, una paura chiamata Cosa nostra». E di paura Daniele ne ha avuta tanta. Come non averne per un giovane che, cresciuto a Brancaccio nel quartiere di don Puglisi decide, dopo il tentativo (fallito) di iscrizione alla facoltà di Medicina, di avviare un'attività commerciale. 

«Ho sempre lavorato, ma quasi sempre sfruttato - racconta - e per questo avevo scelto di mettermi in proprio. Avevo scelto di aprire un locale tra il porto e piazza Politeama, a due passi da piazza Florio. Ero riuscito ad avere un finanziamento da Invitalia. E così era cominciato il mio sogno, con l'apertura a giugno 2011». Il New Paradise, questo il nome del bar, si trova in via Principe di Scordia, nei pressi di Borgo Vecchio. Neanche il tempo di festeggiare che appena tre giorni dopo l'inaugurazione il giovane, allora neanche trentenne, riceve «spiacevoli visite. In dialetto e con tono minaccioso mi viene detto "ma tu vai a casa delle persone senza chiedere il permesso?". Ma io avevo tutto in regola, almeno per la legge». Non per la mafia, dunque, che intima di pagare il pizzo al nuovo arrivato. In serata. Daniele cede, temendo ritorsioni per sè e «per la zona». Eppure subito dopo aver pagato una somma di 500 euro va alla Direzione Investigativa Antimafia e denuncia i suoi aguzzini. 

Il calvario però è solo all'inizio. «I carabinieri mi invitavano a resistere, a non cedere ulteriormente - continua l'ex esercente -. Ma quelli tornano, e mi chiedono altri 250 euro per il primo mese. Intanto terrorizzavano tutto il quartiere, e così anche quella volta ho ceduto. Io nel frattempo avevo ingranato: avevo preso alcuni catering, avevo aperto la pizzeria. Poi arriva l'operazioneHybris, che azzera il mandamento di Porta Nuova, nata anche in seguito alle mie denunce. E allora dopo la retata i clienti  hanno iniziato ad abbandonarmi: già non è facile avviare un'attività in condizioni normali, ma da uno che denuncia la gente non ci va. Sono riuscito a rimanere aperto per un anno, poi non ce l'ho fatta più».

In quei neanche 365 giorni (la chiusura è avvenuta a giugno del 2012) Ventura vive ancora all'insegna della paura, tra il danneggiamento dei lucchetti e il furto della refurtiva, e l'ostracismo del quartiere. «Aprivo alle cinque del mattino - aggiunge - e ogni volta che spalancavo la saracinesca temevo che mi potesse succedere qualcosa. Ci sono state giornate in cui incassavo 15 euro al giorno, soldi con i quali non riuscivo manco a pagare la luce per tenere aperto. Così ho scelto di chiudere quando i debiti erano diventati troppo grossi». Intanto va avanti l'iter giudiziario, con la deposizione pubblica contro i suoi aguzzini. «Si trattava di gente come Francesco Chiarello, implicato nell'omicidio dell'avvocato Fragalà. Visti i soggetti, devo dire che mi è finita quasi bene».

A distanza di oltre cinque anni da quelle vicende, però, Ventura si sente solo. Riconosce il supporto di Addiopizzo, «che mi ha dato un grande aiuto dal punto di vista legale e psicologico», dell'associazione Up Palermo e della sua presidente Beatrice Raffagnino, e di persone come Ignazio Cutrò e di Gianluca Maria Calì, «che hanno storie molto simili alla mia». Ma le istituzioni però sono assenti dai suoi ringraziamenti. «Mi sono rivolto a tutti, dal presidente Mattarella all'ex premier Renzi. L'ex presidente Crocetta non mi ha mai risposto, mentre il sindaco Orlando mi ha detto che mi avrebbe aiutato ma dopo le elezioni è scomparso». E per tutti vale un ammonimento: «la mia chiusura è una sconfitta per tutte le istituzioni, così si dà il segnale che se uno denuncia resta solo. Io continuo a chiedere allo Stato di svegliarsi». La storia di questo "imprenditore coraggioso abbandonato dallo Stato ma che ha continuato a lottare contro Cosa Nostra", come recita la quarta di copertina, ha dunque un finale amaro. Pieno di debiti non estinti e di considerazioni solo in parte intrise di speranza.

«Voglio aprire un'associazione senza scopo di lucro, per tenere viva e pulita la lotta al racket - dice ancora Daniele. E la solidarietà di adesso giunge troppo tardi, mi fa certamente piacere ma non mi può aiutare nel concreto. Se avessi un lavoro pagherei tutto, finora ho fatto quello che ho potuto. Penso di aver fatto una scelta che in pochi fanno, e certamente se fossimo di più sarebbe tutto diverso e più facile per ciascuno. Vedo che c'è una voglia di cambiamento nei ragazzi, confido in quella». 

http://palermo.meridionews.it/articolo/64202/cosa-nostra-non-e-cosa-mia-storia-di-un-imprenditore-ho-denunciato-il-pizzo-ma-lo-stato-mi-ha-lasciato-solo/ 


venerdì 13 dicembre 2013

In libreria la seconda edizione aggiornata del volume di Rosaria Brancato, “Con i tuoi occhi. Storia di Graziella Campagna uccisa dalla mafia”, Edizioni La Zisa, Presentazione di Rita Borsellino, Prefazione di Piero Campagna

In libreria la seconda edizione aggiornata del volume di Rosaria Brancato, “Con i tuoi occhi. Storia di Graziella Campagna uccisa dalla mafia”, Edizioni La Zisa, Presentazione di Rita Borsellino, Prefazione di Piero Campagna, Pagine 128, Euro € 12,90 (ISBN: 978-88-95709-79-6) 

Non succede mai nulla di terribile a Saponara. Cosa può accadere in un paesino arroccato sulle montagne, in provincia di Messina, la provincia babba? Qui non esiste la Mafia e nessuno può fare del male a una ragazzina. Ma il 14 dicembre 1985, due giorni dopo la scomparsa, il corpo della 17enne Graziella Campagna è ritrovato nello spiazzale di uno dei fortini che sovrastano la città. Su quel cadavere straziato, i chiari segni di un'esecuzione mafiosa. In questo libro, la giornalista Rosaria Brancato ricostruisce, con il piglio della cronista, i 24 interminabili anni di ricerca della verità giudiziaria, svelando insabbiamenti e - con essi - le collusioni di un mondo parallelo a quello ufficiale, in cui criminali si mescolano alla gente perbene e alle istituzioni. Ma soprattutto, con la sensibilità della scrittrice, Brancato restituisce voce alle vittime di questa vicenda: a Graziella, al fratello Piero - l'instancabile carabiniere che non ha mai smesso di cercare la verità, agli altri membri di una famiglia "normale" travolta dal dolore, schiacciata da un meccanismo più grande delle loro vite di cui non avrebbero mai sospettato neppure l'esistenza. 

Rosaria Brancato laureata in Scienze Politiche, giornalista professionista, ha lavorato presso La Repubblica, Il Giornale di Sicilia, L'Ora di Palermo, La Sicilia e presso le emittenti televisive Telecolor, Antenna Sicilia, Tgs, Televip. È stata portavoce del sindaco di Messina nel 2006 ed ha curato uffici stampa in occasione delle campagne elettorali per diverse formazioni politiche. È responsabile provinciale della commissione Pari opportunità della Fnsi e vice delegata nazionale. 

Tutti i libri delle Edizioni La Zisa sono certificati PizzoFree.

http://www.lazisa.it/brancato.html

martedì 5 febbraio 2013

In libreria: Francesco Billeci, “I ginestri di Portella. Poesie siciliane con traduzione in italiano”, Illustrazioni di Gaetano Porcasi


Francesco Billeci, “I ginestri di Portella. Poesie siciliane con traduzione in italiano”, Illustrazioni di Gaetano Porcasi, Ed. La Zisa, pp. 176, Euro 10,00

“I ginestri di Portella” è una raccolta che pone il lettore a riflettere su fatti storici, di cronaca, di sofferenze, soprusi e malattie, ma è anche un invito a saper andare oltre i fatti, in quanto c’è l’uomo che sa amare e voler bene. Nell’opera di Francesco Billeci c’è la storia della Sicilia, costituita da episodi tristi come la strage di Ustica, l’assassinio di Peppino Impastato, la strage di Portella delle Ginestre, luogo che da oasi di serenità in brevi secondi si è trasformata in un luogo di morte. Bedda fimmina mia, il canto triste per la perdita della propria compagna racchiude il dolore che fa testimone di solitudine. Rosi profumati rappresenta la rabbia per la disperazione di un padre alla vista della propria figlia violentata, pensa di vendicarsi per poi lasciare spazio alla ragione che quieta l’animo: la giustizia dello Stato. In Alice è nei guai, Alice rappresenta coloro che subiscono violenze sia fisica che psicologica dentro le mura domestiche, lei, violentata dal compagno della madre, da camaleonte dopo la morte del padre prende il suo posto. I Ginestri di Portella è un opera da cui emergono da un lato la parte introspettiva dell’io, che pensa, si rattrista e spera, dall’altra quella più battagliera che con coraggio denuncia i mali sociali: mafia, droga, violenza e bullismo per citarne alcuni. Si tratta di una raccolta che rivendica il rispetto per l’altro, cioè quello che possiamo chiamare ‘rispetto per l’elemento umano’, e si trasforma in bisogno ‘vitale’. L’impegno di Billeci è soprattutto etico: una necessità innata per far luce non solo dentro di sé ma pure su quegli eventi che mettono alla prova la società. (Dalla Prefazione di Enza Conti)

Francesco Billeci nato nel 1973 è uno scrittore e poeta siciliano ha già pubblicato tre romanz: “Il passato non si dimentica” (2010), “La biglia verde” (2011), “Segreti di mafia” (2012). “I ginestri di Portella” è la sua prima raccolta di poesie.

venerdì 10 luglio 2009

"'ndrangheta. La relazione dell'Antimafia", Ed. La Zisa


'ndrangheta. La relazione dell'Antimafia, Ed. La Zisa, pp 216, euro 15
ISBN 978-88-95709-12-3


La ’ndrangheta calabrese, sottovalutata per lungo tempo, costituisce oggi la più pericolosa organizzazione criminale italiana di tipo mafioso. Oltre a controllare pressoché tutto il territorio d’origine, dagli anni Settanta in poi è riuscita a ramificarsi e a consolidarsi in alcune regioni del centro-nord, intessendo rapporti d’affari illeciti o falsamente leciti con organizzazioni locali, con settori delle istituzioni e della politica, e col mondo imprenditoriale. La Lombardia è diventata negli ultimi anni, tanto per fare un esempio, la quarta regione italiana per densità mafiosa, a prevalenza ’ndranghetista, anche per la debole azione di contrasto, non sappiamo fino a che punto per dabbenaggine o per interesse, degli organi istituzionali regionali e comunali. La relazione del Presidente della Commissione nazionale antimafia, Francesco Forgione, traccia un quadro esauriente, ancorché drammatico, della sua capacità di penetrazione e soprattutto di incunearsi ed espandersi in quasi tutti i settori della vita politica, sociale ed economica del Paese, come negli appalti di opere pubbliche, o nella gestione della sanità sia pubblica che privata; di intessere rapporti di collaborazione con altre associazioni similari sparse nel mondo, sia nel traffico di stupefacenti, che nel riciclaggio di denaro sporco. Di fronte alla pervicace invadenza di questo fenomeno, nonostante gli allarmi a suo tempo lanciati dalle forze dell’ordine, dalla magistratura, da studiosi e dalla stessa Commissione antimafia, lo Stato si trova spesso impreparato o non adeguatamente preparato ad affrontare questa emergenza criminale. Il documento, di rara perfezione stilistica ed espositiva, può avere, se non altro, la funzione di mettere tutti i cittadini italiani nella condizione di assumersi le proprie responsabilità di fronte ad un problema le cui conseguenze possono risultare ancora più gravi di quelle già in atto.