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giovedì 19 marzo 2020

“Una vita spirituale in un contesto storico ben preciso” di Pier Giovanni Vivarelli (Riforma, 19 marzo 2020, pag. 4)


L’autobiografia del pastore Giulio Vicentini: una vocazione nell’Italia uscita dalla guerra 

Con il titolo Signore, tu mi hai chiamato per nome – memorie 1932-1960*, la casa editrice palermitana La Zisa dà alle stampe un intenso “diario spirituale” del pastore Giulio Vicentini, scomparso pochi mesi or sono, nell’ottobre 2019. Introdotto da una bella prefazione di Paolo Ricca, che sottolinea la sostanziale continuità del percorso vocazionale dell'autore, il volume è composto da tre capitoli, scritti tra l’agosto e il settembre del 1994, anno della sua emeritazione. Nella migliore tradizione evangelica del Sola Scriptura, ognuno di questi capitoli trae ispirazione anche dai versetti biblici suggeriti dalle Losungen di alcune domeniche di quel periodo.

Primo di una numerosa famiglia contadina, Giulio Vicentini nasce nel 1924 a Lonigo, in provincia di Vicenza (nomen omen), nel Veneto rurale (e “cattolicissimo”) di inizio secolo. Fin dalla più tenera età, rimane profondamente colpito dalle predicazioni di alcuni religiosi della sua zona e ben presto esprime ai suoi genitori la vocazione a seguire le loro orme. Nel ’35 entrerà dunque come “fratino” nel collegio dei frati minori francescani del suo paese. Sarà l’inizio di tutto per il piccolo Giulio, che amerà fin da subito l’idea di povertà evangelica.

La vita e lo studio proseguiranno quindi per diversi anni, con la loro rassicurante, seppur rigida, regolarità, fino al noviziato nel ’39, anno nel quale il suo nome di battesimo viene sostituito con il nome di Ulderico e che si concluse con il pronunciamento dei voti cosiddetti “semplici”. Fra’ Ulderico, nella sua felicemente ingenua, ma genuina, innocenza giovanile, continuerà dunque il suo percorso formativo prima a Gemona e poi a Padova, appena sfiorato dai tragici eventi che al di fuori delle mura conventuali sconvolgono il mondo intero. Anche l’Italia è in guerra, ma le uniche difficoltà per fra’ Ulderico sono di natura alimentare, niente e nessuno riesce a scalfire la coscienza evangelica e il generico patriottismo del giovane religioso, che prosegue i suoi studi a Venezia fino al ’48. Ma il ’48 segna anche il suo definitivo (o almeno tale sarebbe dovuto essere) ingresso nel clero cattolico-romano, con l’ordinazione al sacerdozio, motivo di grande orgoglio per tutta la sua famiglia. Trasferito a Roma, nel pontificio Ateneo Antoniano, i suoi studi teologici si fecero sempre più intensi e generalmente apprezzati.

Pochi anni dopo però, dal 51 circa, si affacciano i primi dubbi a tormentare l’anima del giovane sacerdote: la scoperta dell’eccidio delle Fosse Ardeatine e degli orrori nazifascisti in generale, alcune questioni di “coscienza sacerdotale” legate alla confessione auricolare di alcuni (e alcune) fedeli, a cui si aggiunsero la conoscenza di alcune forme di devozione popolare (molto prossime all’idolatria) che egli incontrerà in alcuni suoi viaggi in Calabria e infine l’ingerenza in politica dell’establishment cattolico del dopoguerra. Tutto ciò comincia a minare le “fondamenta spirituali” del sacerdote Ulderico (frattanto tornato a Venezia), sempre alla ricerca della libertà cristiana e della coerenza evangelica, che lo stesso Vicentini riassume in una (apparentemente) semplice domanda: “«Cristo dov’è?» (p. 107).

In una domenica del ’55 sarà proprio questa indifferibile domanda a condurlo a fissare un appuntamento con l’allora pastore della chiesa valdese di Venezia, Liborio Naso. Un incontro che gli cambierà la vita per sempre. «I capisaldi della Riforma (solo Cristo, sola Grazia, sola Scrittura) presero ad ancorarsi presto al fondo di me stesso, tanto che ebbi ripulsa a continuare a dire messa e a confessare […] Non sopportavo più di ingannarmi e di ingannare» (p.109). Vicentini giunge quindi a una drastica e radicale scelta, una sorta di salto nel buio (ma con Cristo a fungere da “rete di protezione”): ecco dunque la sua rocambolesca fuga (quasi un’evasione) dal convento dove viveva, la fraterna ospitalità ricevuta da tutta la famiglia del pastore Naso, il suo primo impatto con il mondo evangelico al Centro Ecumene di Velletri, che contribuirà a costruire e dove incontrerà la sua futura moglie Evangelina, a cui seguiranno gli studi a Roma nella Facoltà valdese di Teologia e la consacrazione a pastore nel 1960.

Questa autobiografia non si limita solo all’aspetto spirituale della vicenda umana di Giulio/Ulderico Vicentini, ma ha il grande merito di inserire questa vicenda all’interno di un più ampio affresco storico e sociale. Un libro “orgogliosamente umile”, così come lo furono le vite e le opere di Francesco d’Assisi e Valdo da Lione, e che rappresenta un’ulteriore, preziosa testimonianza della vocazione alla vita nella fede in Cristo. Una vocazione che Dio, nel suo infinito amore, può donare a ciascuno e ciascuna di noi chiamandoci per nome (Giulio, Ulderico o altro, poco importa), una vocazione capace di stravolgere la vita di chiunque trovi il coraggio di accogliere la libertà che viene dall’Evangelo.

* G. Vicentini, Signore, tu mi hai chiamato per nome – memorie 1932-1960. Palermo, La Zisa, 2020, pp. 136. 


martedì 27 novembre 2018

Palermo 6 dicembre, “1963-1993. Da Pietro Valdo Panascia a Pino Puglisi, le Chiese di fronte alle mafie”



Appuntamento giovedì 6 dicembre, alle ore 17, presso il salone della Chiesa Valdese di Palermo (via dello Spezio 43 – dietro Teatro Politeama), a Palermo, per la tavola rotonda da titolo “1963-1993. Da Pietro Valdo Panascia a Pino Puglisi, le Chiese di fronte alle mafie”. Interverranno: Peter Ciaccio, pastore Chiesa Valdese Palermo; Vincenzo Ceruso, Comunità di Sant’Egidio Palermo; e Federica Raccuglia, giornalista e autrice del volume “L’uomo del dialogo contro la mafia. La storia di padre Pino Puglisi”, Edizioni La Zisa. Modererà: Davide Romano, giornalista e direttore editoriale della casa editrice La Zisa. L’evento è organizzato dalla Edizioni La Zisa e il Centro Evangelico di Cultura "Giacomo Bonelli". 

«Il cristiano non può essere mafioso». Nella loro quasi ovvia semplicità ed immediatezza queste parole recentemente pronunziate nel ricordo di Padre Puglisi da Papa Francesco a Palermo, sono state da più parti salutate come il segno di una nuova consapevolezza ecclesiale di fronte alla mafia. Un cammino discontinuo e piuttosto tortuoso, partito da territori di cristianità marginali ed esperienze pastorali periferiche e di minoranza. Già nell’estate del 1963 infatti, all’indomani della strage mafiosa di Ciaculli, il pastore valdese Pietro Valdo Panascia con una clamorosa iniziativa si appellava «a quanti hanno la responsabilità civile e religiosa del nostro popolo» per «la formazione di una più elevata coscienza morale cristiana». La chiesa cattolica reagì invece con una certa lentezza, con la lettera pastorale "Il vero volto della Sicilia" dell’Arcivescovo di Palermo, il Card. Ruffini. Una risposta, giudicata da molti insoddisfacente, ritardata dalla divergenza di vedute tra Paolo VI e lo stesso Ruffini, il quale respingeva l’idea che la mentalità mafiosa potesse in qualsiasi modo associarsi a quella religiosa.
Per trovare una nuova presa di posizione della chiesa cattolica siciliana, con le celebri omelie del Card. Pappalardo, bisognerà attendere l’epoca dei grandi delitti eccellenti, tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli ottanta del secolo scorso. La disponibilità della chiesa siciliana postconciliare, offerta da Pappalardo, a una cooperazione con lo Stato in vista del rinnovamento di una coscienza comune, anche civica, per la legalità, fu definita da alcuni “la rivoluzione degli onesti”: opporre «all’ingiustizia di molti la propria personale giustizia».
Una stagione di durata relativamente breve. Quando fu chiaro che il progetto di impegno della chiesa contro il fenomeno mafioso passava per una riformulazione politica del sostegno dell’episcopato nazionale al partito unico dei cattolici e la rimozione di quelle connivenze tra mafia e poteri dello Stato non di rado garantite da figure nominalmente cattoliche, si tornò alla vecchia difesa apologetica dallo stereotipo mafioso in nome di un’astratta identità culturale cristiana dell’uomo siciliano.
L’uccisione di Puglisi si colloca così in un periodo di sostanziale latenza del tema nel dibattito intraecclesiale. Il martirio del prete di borgata che seppe opporre al potere mafioso prassi pastorali originali ed una visione rinnovata di rievangelizzazione popolare del territorio, fu di poco preceduta dal famoso “grido” contro la mafia col quale Giovanni Paolo II, ricorrendo ad un linguaggio addirittura apocalittico, spostò bruscamente la sfida dal terreno dell’analisi socio-politica e culturale a quello espressamente escatologico.
Oggi risulta chiaro che il fenomeno mafioso, in quanto esplicitazione di un’antropologia aberrante, ha una sua rilevanza morale e teologica. Non si può fare a meno di osservare, tuttavia, che in un certo senso questa nuova coscienza collettiva giunge con più di cinquanta anni di ritardo, al termine di un non lineare cammino di una comunità ecclesiale che non ha ancora espresso compiutamente la propria autocomprensione di fronte al carattere di strutturale contrarietà al Vangelo del peccato di mafia.

mercoledì 6 giugno 2018

Palermo 15 giugno, Alla chiesa anglicana un caffè con… i Valdesi, la più antica minoranza protestante in Italia!





“Eravamo tutti valdesi e non lo sapevamo!”. Narra la leggenda che avrebbe esclamato così il grande riformatore tedesco, Martin Lutero, incontrando una delegazione di Valdesi recatisi in Germania per incontralo. Ma chi sono questi “famosi” valdesi la cui esistenza era ignota anche a Lutero? Lo scopriremo insieme sorseggiando un buon caffè italiano e gustando dei deliziosi biscotti (russi).

Appuntamento venerdì 15 giugno, alle ore 17, presso la Chiesa anglicana “Santa Croce” di via Roma 467A, a Palermo,  per “incontrare” il pastore Teodoro Balma (1907-1994) autore del volume “Il popolo della Bibbia. Storia e martirio dei Valdesi”, meritoriamente ripubblicato dalle Edizioni La Zisa.  

Ne discuteranno: Peter Ciaccio, pastore valdese; Russell Ruffino, pastore anglicano e parroco della chiesa “Santa Croce”; Pietro Magro, sacerdote cattolico e responsabile dell’Upedi - Ufficio pastorale per l'ecumenismo e il dialogo interrelegioso; Rosaria Caruso, pastora evangelica Ministero Sabaoth; e Davide Romano, direttore editoriale delle Edizioni La Zisa e presidente dell’associazione La Tenda di Abramo – Culture e religioni in dialogo.

Alle 19, seguirà la messa in italiano celebrata secondo il rito anglicano. La partecipazione alla funzione è aperta a tutti.


Il libro: Teodoro Balma, “Il popolo della Bibbia. Storia e martirio dei Valdesi”, a cura di Italo Pons, prefazione di Antonio di Grado, Edizioni La Zisa, pagg. 256, € 16,00 (ISBN: 978-88-95709-84-0)
  
Questa di Teodoro Balma è più un'opera di buona divulgazione che non di mera erudizione storiografica, la cui impostazione risente, non poco, del clima politico - il ventennio fascista - nel quale fu concepita e scritta. Nonostante quel che possa sembrare ad un lettore poco attento, soprattutto nelle pagine finali del libro, dove l'Autore rende omaggio all'allora capo del governo - un atto dovuto onde evitare gli ostacoli della censura e non di certo per piaggeria o per un errore di valutazione-, tutto il volume è un inno alla libertà, alla strenua difesa dei propri ideali, alla tolleranza, alla dignità dell'Uomo, viste attraverso le vicende ultrasecolari e drammatiche dei Valdesi, il primo ed unico movimento di Riforma religiosa, sorto nel Medioevo e giunto sino ai nostri giorni. Le vicende e i personaggi narrati scandiscono in rapida sintesi le tappe salienti di un lungo processo di democrazia religiosa ancora in buona parte insoluto, che oggi, ampliando il discorso, non riguarda più soltanto il culto Valdese, ma ciascun credo, specialmente laddove esistono Chiese con posizioni dominanti, i cui destini si intrecciano, in un rapporto di connivenza, e talvolta si identificano col potere politico stesso. Questo avviene al tempo in cui siamo, sino al paradosso che gli abusanti di un luogo, spesso diventano gli abusati in un'altra parte di questo nostro stupido mondo.

Teodoro Balma (1907-1994), pastore valdese, teologo, giornalista e scrittore, ha esercitato la sua attività pastorale in diverse città italiane, come Napoli, Catania, Riesi, Venezia e Torino, lasciando in ciascuna il segno della sua forte personalità. Ha collaborato a diversi periodici: "Corriere di Sicilia", "Persona", "Protestantesimo", "La Luce", "L'Appello", "Gioventù Cristiana". Tra le sue opere, si ricordano: Storia dei Valdesi (Milano 1929), Lineamenti di dottrina cristiana (Catania 1934), Voci degli Apostoli (Catania 1938), Il Costume Valdese (Catania 1938).

martedì 8 marzo 2016

Una bella recensione del volume del pastore Stretti. “La fede vissuta dei testimoni. Alcuni ritratti di uomini e donne protestanti” di Samuele Carrari (Riforma, 11 marzo 2016)





Dall’inizio del 2016 è disponibile il nuovo lavoro del pastore Eugenio Stretti, edito dalla casa editrice palermitana La Zisa. Fin dal titolo è possibile inquadrare il tema del libro: Testimoni della libertà. Donne e uomini tra fede e storia. Questo agile libro sviluppa, attraverso il racconto della vita di alcune importanti figure storiche del protestantesimo nazionale e internazionale, un ricordo, rivolto alle giovani e alle meno giovani generazioni, e un monito: non dimenticare, nella nostra opera di testimonianza dell’Evangelo, le donne e gli uomini che ci hanno fin qui preceduto, attraverso significativi episodi di vita e di lotta.

Le figure prese in esame sono diverse e varie, oltre che importanti, e annoverano nomi noti per la nostra storia nazionale – pensiamo all’azione politica e antifascista di Vincenzo Paolo Nitti – e altri di respiro più letterario e internazionale: si pensi alle poetesse Emily Dickinson e Sylvia Plath, di cui, magari, conoscevamo poco del «cristianesimo familiare» e dei grandissimi contributi portati alla libertà dalla religiosità formale. Ma quali sono i motivi che portano Eugenio Stretti a scrivere di questi personaggi, quali gli snodi?  Evidentemente la parola chiave è libertà. E nel periodo storico attuale, nel quale questa viene abusata, distorta e piegata alle esigenze più disparate, l’autore, in maniera asciutta, la riconduce, senza forzature, su campi cari alla nostra tradizione: essa infatti non può discostarsi dal concetto di testimonianza, ben espresso e rappresentato dalla cronaca, volutamente asciutta, del credo, del pensiero e dell’azione di queste donne e di questi uomini. In tempi di cui rischiamo di perdere il confronto per la nostra testimonianza nel mondo, è importante non perdere di vista gli esempi di lotta per la libertà di sorelle e fratelli del passato. L’intenzione non è eleggerli a monumenti lontani e irraggiungibili cui tendere; l’intenzione è rinvigorire, ristorare noi stessi nel nostro credere e nella nostra azione sociale.

E questa considerazione non trova osta colo nelle differenze di genere e di provenienza, che caratterizzano la persona, ma non l’opera di testimonianza in determinati momenti storici descritti. Perché oggi, in fondo, dovrebbero? In queste pagine, vi è un’esortazione al recupero delle differenze, affinché, anzi, queste rappresentino oggi una ricchezza di doni e talenti da mettere a frutto nella nostra opera di testimonianza.

Una testimonianza, poi, che Stretti ci racconta spesso come una lotta laica contro gli ostacoli posti dagli oppositori all’unità d’Italia, prima, e contro il giogo di coloro che non la volevano libera, dopo. In questa chiave, come ben illustrato anche dalla postfazione di Francesco Paolo Barbanente, molto interessanti risultano i legami, spesso forti, che queste donne e questi uomini intessevano con la Massoneria: un ambiente laico e anticlericale, molto variegato, avverso perlopiù alla Chiesa cattolica, in lotta per l’unità e la libertà. Una sezione del libro è poi dedicata a un’analisi del pensiero evangelico e al mondo moderno, con particolare riferimento alle esperienze di E. Dickinson e di Alfredo Poggi. In questa sezione vi è occasione per ulteriori analisi dell’opera di grandi protagonisti di questa storia neoprotestante, come Giuseppe Gangale e Giovanni Miegge.

Come questo libro possa raccontare «tanto» in così «poco» è indicativo della sua prosa e della sua funzione: un’efficace cronaca di avvenimenti che altrimenti rischierebbero di perdersi, insieme a loro importanti, se non eccezionali, episodi di vita del mondo evangelico.



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Il volume: Eugenio Stretti, “Testimoni della libertà. Donne e uomini tra fede e storia, Edizioni La Zisa, pp. 56, euro 10,00 (ISBN 978-88-9911-348-3)


“La testimonianza quotidiana delle proprie convinzioni religiose e politiche appare nel nostro tempo a livello globale sempre più problematica. Eppure la mia generazione (1951) e quelle più giovani sono entrambe debitrici nei confronti di donne e di uomini differenti per doni e per situazioni esistenziali. La parità donne-uomini nei percorsi biografici indica la necessità di recuperare la differenza di genere in secoli nei quali contava poco rispetto al tempo attuale”. (dall’Introduzione dell’autore)


Eugenio Stretti, pastore valdese a Genova. Poeta e ricercatore in Storia contemporanea, ha scritto due volumi di poesie: Universo anteriore (1991) e Il samaritano: silenzio e preghiera (2015). Si è occupato della storia del movimento evangelico in Italia: Presenza evangelica in Salento (1990), Le Chiese evangeliche a Venezia (1993), Storia del movimento pentecostale: le Assemblee di Dio in Italia (1998); con Enzo Pace ha scritto il volume: Religioni universali: i nuovi movimenti religiosi (2002) e con Italo Pons ha curato l’introduzione al volume di Jacques Ellul: Il fondamento teologico del diritto (2012).

giovedì 7 gennaio 2016

In libreria il volume del pastore valdese Eugenio Stretti, “Testimoni della libertà. Donne e uomini tra fede e storia, Edizioni La Zisa, pp. 56, euro 10,00 (ISBN 978-88-9911-348-3)




“La testimonianza quotidiana delle proprie convinzioni religiose e politiche appare nel nostro tempo a livello globale sempre più problematica. Eppure la mia generazione (1951) e quelle più giovani sono entrambe debitrici nei confronti di donne e di uomini differenti per doni e per situazioni esistenziali. La parità donne-uomini nei percorsi biografici indica la necessità di recuperare la differenza di genere in secoli nei quali contava poco rispetto al tempo attuale”. (dall’Introduzione dell’autore)

Eugenio Stretti, pastore valdese a Genova. Poeta e ricercatore in Storia contemporanea, ha scritto due volumi di poesie: Universo anteriore (1991) e Il samaritano: silenzio e preghiera (2015). Si è occupato della storia del movimento evangelico in Italia: Presenza evangelica in Salento (1990), Le Chiese evangeliche a Venezia (1993), Storia del movimento pentecostale: le Assemblee di Dio in Italia (1998); con Enzo Pace ha scritto il volume: Religioni universali: i nuovi movimenti religiosi (2002) e con Italo Pons ha curato l’introduzione al volume di Jacques Ellul: Il fondamento teologico del diritto (2012).

mercoledì 24 giugno 2015

Il libro che papa Francesco vi farebbe leggere: Teodoro Balma, “Il popolo della Bibbia. Storia e martirio dei Valdesi”, a cura di Italo Pons, prefazione di Antonio di Grado, Edizioni La Zisa, pagg. 256, euro 16,00 (ISBN: 978-88-95709-84-0)






Questa di Teodoro Balma è più un'opera di buona divulgazione che non di mera erudizione storiografica, la cui impostazione risente, non poco, del clima politico - il ventennio fascista - nel quale fu concepita e scritta. Nonostante quel che possa sembrare ad un lettore poco attento, soprattutto nelle pagine finali del libro, dove l'Autore rende omaggio all'allora capo del governo - un atto dovuto onde evitare gli ostacoli della censura e non di certo per piaggeria o per un errore di valutazione-, tutto il volume è un inno alla libertà, alla strenua difesa dei propri ideali, alla tolleranza, alla dignità dell'Uomo, viste attraverso le vicende ultrasecolari e drammatiche dei Valdesi, il primo ed unico movimento di Riforma religiosa, sorto nel Medioevo e giunto sino ai nostri giorni. Le vicende e i personaggi narrati scandiscono in rapida sintesi le tappe salienti di un lungo processo di democrazia religiosa ancora in buona parte insoluto, che oggi, ampliando il discorso, non riguarda più soltanto il culto Valdese, ma ciascun credo, specialmente laddove esistono Chiese con posizioni dominanti, i cui destini si intrecciano, in un rapporto di connivenza, e talvolta si identificano col potere politico stesso. Questo avviene al tempo in cui siamo, sino al paradosso che gli abusanti di un luogo, spesso diventano gli abusati in un'altra parte di questo nostro stupido mondo.

Teodoro Balma (1907-1994), pastore valdese, teologo, giornalista e scrittore, ha esercitato la sua attività pastorale in diverse città italiane, come Napoli, Catania, Riesi, Venezia e Torino, lasciando in ciascuna il segno della sua forte personalità. Ha collaborato a diversi periodici: "Corriere di Sicilia", "Persona", "Protestantesimo", "La Luce", "L'Appello", "Gioventù Cristiana". Tra le sue opere, si ricordano: “Storia dei Valdesi” (Milano 1929), “Lineamenti di dottrina cristiana” (Catania 1934), “Voci degli Apostoli” (Catania 1938), “Il Costume Valdese” (Catania 1938).