La casa editrice La Zisa nasce nel 1988 a Palermo e in breve tempo si afferma nel settore dell'editoria di qualità proponendo classici ormai dimenticati e nuovi autori di talento.
giovedì 22 novembre 2018
Arriva fra gli scaffali delle librerie: Lucia Rizzo, “Per un tempo senza tempo. Romanzo”, Edizioni La Zisa, pp. 370, euro 16,00
lunedì 15 febbraio 2010
Recensione de “Il prato e il pozzo” di Maria Teresa De Sanctis, ed. La Zisa

“COM’E’ STUPIDO IL MALE” di Augusto Cavadi
“Centonove” 12.2.2010
Secondo la Prefazione di Francesco Gambaro, la raccolta “Il prato e il pozzo” (La Zisa, Palermo 2009) di Maria Teresa De Sanctis contiene “racconti, anche filosoficamente ardui”. Nella misura in cui ciò è vero, è lecito leggerli con gli occhiali del filosofo. Il che significa, innanzitutto, rinunziare a focalizzare l’aspetto linguistico ed estetico, insomma l’aspetto propriamente letterario. Da questa angolazione infatti tutto ciò che ho da notare, da semplice lettore della strada, è che l’autrice mostra una cura insolita della parola. E forse è proprio in questa attenzione al vocabolo e alla costruzione della frase che si annida la differenza fra la scrittura di un ‘pensatore’ e la scrittura di uno ’scrittore’. Alcuni di noi, filosofi per mestiere e per passione, usiamo la lingua; altri, uomini e donne di letteratura, fruiscono della lingua. Altrimenti detto: alcuni ci serviamo della lingua come mero veicolo per dire altro, autori come la De Sanctis servono la lingua per farla risuonare nella maniera quanto più musicale possibile. Chi utilizza la lingua può essere un filosofo o uno scienziato o un teologo, non uno scrittore: solo chi si cura della lingua, per toglierle opacità e farla risplendere, merita d’essere chiamato scrittore (o poeta). Non sono in grado di dire se Maria Teresa sia una ‘grande’ scrittrice, ma so con certezza che appartiene alla famiglia degli scrittori. O, per lo meno, che si candida seriamente ad entrarci. Come negare questo status a chi confida di essere abitata dal “gusto per la parola cercata, inseguita e amata infine”? Ad una autrice che tiene ad evidenziare, nel dettato dei suoi racconti, un “ritmo nascosto” che è “poesia dell’esistenza, del dolore, del mistero”? (Si potrebbe notare che lo stile del giornalista dovrebbe assumere qualcosa della trasparenza comunicativa del filosofo-scienziato senza però rinunciare a qualcosa del fascino evocativo del narratore-poeta: ma è una notazione da chiudere rigorosamente fra parentesi se non si vuole perdere il filo della recensione).Subito dopo aver distinto la scrittura teoretica dalla scrittura letteraria, devo però subito aggiungere che filosofia e poesia non sono alternative ma, di solito, si intrecciano intimamente. La ragione di questo intreccio? Entrambe (se non sono chiacchierologia) vogliono dire la vita. Sono desiderio di togliere il velo all’esistenza. Con una parola abbastanza sputtanata, ma non facilmente sostituibile, cercano verità. E’ la stessa De Sanctis a confessare, nella sua Introduzione, l’origine esperienziale della sua ispirazione fantastica: “Ascolto quel che accade e basta questo per avere sempre qualcosa da raccontare”. Un buon libro di letteratura (che è sempre, come in questo caso, “una prosa che sa di poesia”) vale se ci fa conoscere un po’ meglio la dimensione nascosta, ma profonda, della realtà: esattamente come ogni buon libro di filosofia.Ma, in concreto, in questi brevi racconti, quali sono i temi filosofici toccati? Mi limiterei a sottolinearne due.Primo: l’enigma del dolore, della sofferenza, del male. E’ esagerato affermare che è il filo conduttore di questa antologia, di questo florilegio? No, ma a patto di una precisazione: non è il negativo in generale che sembra ferire direttamente il cuore di Maria Teresa De Sanctis, bensì quel negativo che dipende dalla volontà umana. Non il dolore che possono provocare, innocentemente, un terremoto o un fulmine; bensì il dolore per così dire superfluo che possono provocare uno stupro o un bombardamento aereo. Questo è il male che scandalizza di più e per il quale l’autrice non ha altri aggettivi che: “stupido”. Alla domanda angosciata ed angosciante sul perché del male, poeti e filosofi - in questo affratellati non solo fra loro ma con l’intero genere umano - non hanno risposte. Possono solo spostare la questione dalle cause prime alle prospettive future; dall’eziologia alla teleologia: come contrastare il male, smussarne gli aculei, eroderne la sovranità tracimante?Ma così, passando dalla diagnosi alla terapia, incontriamo un secondo tema del libro (anzi, probabilmente, il tema generatore): il tema dell’amore. Lo so: si ha pudore nel pronunziare un vocabolo tanto inflazionato, ma i poeti devono essere spudorati e ripetere - come fosse la prima volta - ciò che è stato già detto un milione di volte. Per fortuna, anche la De Sanctis è affetta da questa mancanza di pudore e si lascia scappare: “Si vive per questo? Sì, per l’amore, per l’altro, per celebrare la gioia dell’essersi trovati, scoperti e riuniti”.Data la rilevanza del tema, si potrebbe chiudere con l’accenno al l’amore come senso dell’esistere; ma non resisto alla tentazione di una nota in calce sul tema del tempo. Che cos’è il tempo? La filosofia tramanda da secoli la considerazione di sant’Agostino: se nessuno me lo chiede, lo so; se qualcuno mi chiede di spiegarlo, non lo so più. Ebbene, un possibile riflettore puntato sul tempo può farne emergere una delle tante sfaccettature: il tempo come occasione per sperimentare la vita eterna. Noi siamo abituati a pensare che la vita eterna inizia (se inizia) ‘dopo’ la vita terrena, temporale appunto. Ma è così? O non ha forse ragione l’anonimo autore del vangelo tradizionalmente attribuito a Giovanni , secondo il quale la vita eterna o si sperimenta ora o non la si sperimenta mai? In ogni ipotesi, è esattamente quello che sostiene anche l’autrice di questi racconti (che, molto probabilmente, non pensava minimamente a nessuna Scrittura sacra) quando scrive che “il mistero del tempo” è “sentirsi così vicino all’eterno, al supremo, al sublime”. Per l’evangelista e per la scrittrice palermitana molto ‘laica’ l’eternità non è nessuna fuga ultra-fisica: è sperimentare l’estasi dell’amore. E’ la nostra vita terrena non ‘quantitativamente’ estesa nel tempo, bensì ‘qualitativamente’ intensificata in alcuni momenti apicali che ci strappano alla impermanenza e alla transitorietà. Un personaggio di de Crescenzo l’ha espresso in maniera scanzonatamente napoletana: visto che non possiamo allungare la vita, cerchiamo almeno di allargarla.
sabato 5 aprile 2025
“Sicilia, l’isola che non ama leggere (neppure i quotidiani). I record negativi della terra del sole” di Davide Romano
Il deserto delle pagine che avanza nell'isola del sole e dei contrasti.
Indice di lettura in Sicilia: una
questione culturale o strutturale?
Gli ultimi dati sulle capacità di lettura di noi siciliani, provenienti
dall'Associazione Italiana Editori, non sono soltanto impietosi: sono il
ritratto di una catastrofe culturale che si consuma nel silenzio complice delle
istituzioni. Come diceva Leonardo Sciascia, nostro illustre conterraneo:
"La Sicilia ha questo di tremendo: che tutto vi accade come dovunque, ma
con una intensità che altrove non si riscontra". Anche il non leggere, in
Sicilia, avviene con un'intensità particolare.
Sapevamo già che il nostro popolo era fra quelli che leggevano di meno in
Italia, ma ora il divario con il resto del paese – e in particolare con le
province del Nord – e gli altri paesi europei si configura come un abisso
incolmabile, una voragine che inghiotte speranze e possibilità di riscatto.
Siamo un'isola anche in questo: isolati dalla cultura, dal sapere, dalla
conoscenza che si trasmette attraverso la parola scritta.
Pier Paolo Pasolini, che amava la Sicilia ma ne conosceva anche i limiti,
aveva intuito questo dramma: "La cultura è una difesa contro le offese
della vita". E noi siciliani, a quanto pare, siamo sempre più indifesi.
I numeri del disastro: percentuali
che raccontano una disfatta
La situazione delineata dalle varie percentuali presentate dall'AIE è
davvero drammatica. Nel sud Italia solo il 62% della popolazione ha aperto
almeno un libro nell'ultimo anno, mentre in Sicilia il dato è ancora più drammatico:
esso si assesta al 60%. Una cifra che fa rabbrividire, se pensiamo che in
alcune regioni del Nord si supera l'80%.
E attenzione: bisogna ricordare che "aprire un libro" non vuol
dire riuscire a leggerlo tutto. Uno può aprirlo, sfogliarlo, magari guardare le
figure, e poi richiuderlo, come si richiude una porta su un mondo che non ci
appartiene. E poi bisogna anche valutare di quale testo si sta parlando. Con
tutto il rispetto per i ricettari di cucina siciliana (ottima, per carità!),
per le biografie dei vari influencer dalle teste vuote e per le raccolte di
barzellette che fanno ridere solo chi le scrive, la cultura è altra cosa.
Come diceva Umberto Eco: "Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una
sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c'era quando Caino
uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l'infinito...
perché la lettura è un'immortalità all'indietro". Ma a quanto pare, noi
siciliani preferiamo la mortalità della nostra singola esistenza.
Lettori occasionali e abituali:
un'isola divisa in due
Nel Sud e nelle Isole, inoltre, si registra una più alta percentuale di
lettori occasionali, che si limitano a leggere un massimo di 3 libri all'anno.
Essi risultano il 37% dei lettori, mentre la percentuale di lettori abituali
che leggono anche più di 12 libri all'anno è in linea con il centro nord. Si
tratta dell'8% del totale di tutti i lettori.
Abbiamo quindi un'élite di lettori forti, che resistono come Asterix e
Obelix nel villaggio gallico circondato dai romani, e poi una massa di
non-lettori o di lettori occasionali che sfogliano un libro come si sfoglia un
album di figurine: distrattamente, senza passione, senza quella fame di
conoscenza che dovrebbe essere il motore della crescita personale e sociale.
Italo Calvino, che di libri se ne intendeva, ammoniva: "Chi usa la
letteratura per distrarsi vuole solo utilizzare una facoltà che in lui resta
attiva, quella dell'attenzione". Ma l'attenzione del siciliano medio
sembra essere catturata da ben altro: dallo smartphone, dalla televisione, dai
pettegolezzi di paese che rimbalzano di bocca in bocca più velocemente di un
virus.
La crisi della carta stampata: un
altro tassello del mosaico
Ugualmente drammatica la situazione dei quotidiani e delle riviste. Come
indicato dagli stessi direttori di giornale, le vendite continuano a diminuire
e ci sono territori centrali della nostra regione che sembrano possedere poche
decine di lettori, quasi tutti anziani che presentano delle difficoltà
nell'usare il web.
Indro Montanelli, maestro di giornalismo, diceva: "Un paese che ignora
il proprio ieri, non può avere un domani". E noi siciliani sembriamo
ignorare non solo il nostro ieri, ma anche il nostro oggi, riportato sulle
pagine dei giornali che nessuno legge più.
I quotidiani locali, che un tempo erano il termometro della vita sociale e
politica dei nostri paesi, ora sopravvivono a stento, ridotti a contenitori di
necrologi e pubblicità di mobilifici in svendita perpetua. Come se la morte e
il consumo fossero le uniche notizie che interessano ancora.
Le biblioteche: cattedrali nel
deserto
Anche il patrimonio librario delle nostre biblioteche risulta essere
carente. Esso è molto vecchio e sottodimensionato rispetto alle collezioni
delle biblioteche del settentrione. Si sta parlando di circa 1763 libri per
mille abitanti contro i 3244 volumi disponibili nel centro nord.
Le nostre biblioteche sembrano essere diventate ciò che Borges, maestro
della narrativa e bibliotecario lui stesso, temeva: "Ho sempre immaginato
il Paradiso come una specie di biblioteca". Ma le nostre, di biblioteche,
sono più simili a un Purgatorio dimenticato: scaffali polverosi, libri
ingialliti dal tempo, cataloghi che si fermano agli anni '90 come se il
millennio nuovo non fosse mai arrivato.
Ciò non vuol dire che la Sicilia e le altre regioni del sud Italia non
presentano collezioni bibliografiche di pregio. La stessa presenza di numerosi
archivi statali e regionali nel nostro territorio va contro questa
semplicistica lettura, ma come si può immaginare queste collezioni dispongono
di volumi alquanto superati e non aggiornati.
Marginale è anche il ridotto numero di accessi alle biblioteche.
All'interno della nostra regione su ogni mille abitanti si registrano poco meno
di cento accessi alle biblioteche, contro la media italiana, che è di circa 568
accessi. Molto distante la media del centro nord, che si attesta ai 774
accessi.
Antonio Gramsci, nel secolo scorso, scriveva: "Istruitevi, perché
avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza". Ma come può istruirsi un
popolo che non ha accesso ai libri, o che, pur avendolo, preferisce dedicare il
proprio tempo ad attività che richiedono meno sforzo intellettuale?
La chiusura delle librerie e delle
edicole: un territorio culturalmente desertificato
Una delle cause principali di questa situazione è la difficoltà di accesso
ai libri, con la chiusura di centinaia di edicole e di librerie in tutto il
territorio regionale. I piccoli centri sono quelli che hanno pagato il prezzo
più alto. In molti comuni siciliani non esiste più un solo punto vendita di libri
o giornali. Bisogna fare chilometri per trovare una libreria, e quando la si
trova, spesso è una di quelle grandi catene che privilegiano i bestseller e le
novità del momento, trascurando la cultura locale e i piccoli editori.
Gustave Flaubert sosteneva che "Leggere per innalzarsi è la cosa più
nobile che si possa fare". Ma come si fa ad innalzarsi se non c'è nemmeno
la possibilità materiale di procurarsi un libro? È come pretendere che un
contadino coltivi la terra senza avere né seme né aratro.
Le librerie non sono solo punti vendita, sono presidi culturali, luoghi di
incontro e di scambio, spazi dove le idee circolano insieme ai libri. La loro
chiusura rappresenta un impoverimento non solo commerciale ma anche sociale e
intellettuale.
L'abbandono scolastico: il seme della
non-lettura
Un altro fattore determinante è l'abbandono scolastico, piaga che affligge
la nostra isola con percentuali tra le più alte d'Italia. I ragazzi che
lasciano la scuola difficilmente diventeranno lettori. La scuola è il luogo
dove, tradizionalmente, si impara ad amare i libri, dove si acquisiscono gli
strumenti per comprendere e apprezzare la lettura.
Maria Montessori, grande pedagogista, insegnava che "Il bambino non è
un vaso da riempire, ma un fuoco da accendere". Ma se il bambino abbandona
la scuola, quel fuoco non sarà mai acceso, e con esso si spegne anche la
possibilità di una vita illuminata dalla conoscenza.
Le statistiche ci dicono che i giovani siciliani tra i 15 e i 17 anni sono
i più propensi alla lettura (86%), seguiti da quelli tra i 18 e i 24 anni
(79%). Questo dato potrebbe sembrare incoraggiante, ma in realtà è emblematico
di un problema più profondo: man mano che si cresce, si smette di leggere. La
scuola, finché si frequenta, mantiene vivo l'interesse per i libri. Ma una
volta fuori, in una società che non valorizza la cultura, quell'interesse si
affievolisce fino a scomparire.
La competizione con i nuovi media:
una battaglia impari
Non possiamo ignorare l'impatto dei nuovi media sulle abitudini di lettura.
Smartphone, social network, videogiochi e piattaforme di streaming offrono un
intrattenimento immediato, che non richiede lo sforzo che invece è necessario
per leggere un libro.
Marshall McLuhan, visionario teorico della comunicazione, aveva previsto:
"Il medium è il messaggio". E il messaggio dei nuovi media sembra
essere: perché sforzarsi di leggere quando si può guardare? Perché costruirsi
un'opinione quando si può condividere quella altrui con un semplice click?
In Sicilia, terra di contraddizioni, questo fenomeno si amplifica. Siamo
tra le regioni con la più alta penetrazione di smartphone e social network, ma
con il più basso indice di lettura. Preferiamo scorrere le pagine virtuali di
Facebook piuttosto che quelle reali di un libro.
Una speranza per il futuro: i giovani
lettori
In questo scenario desolante bisogna tuttavia valorizzare alcuni importanti
segnali di speranza. La maggioranza dei lettori siciliani risulta più giovane
di 25 anni (i lettori dai 15 ai 17 anni sono l'86%, mentre quelli dai 18 ai 24
anni il 79%).
Questo dato, apparentemente positivo, deve però essere interpretato con
cautela. I giovani leggono per obbligo scolastico o per genuino interesse?
Continueranno a leggere anche dopo i 25 anni, quando saranno immersi nel mondo
del lavoro (per chi avrà la fortuna di trovarlo) e nelle responsabilità
familiari?
Eugenio Montale, poeta e giornalista, scriveva: "La cultura non è
professione per pochi: è una condizione per tutti, che completa l'esistenza
dell'uomo". Ma in Sicilia questa condizione sembra essere appannaggio di
una minoranza sempre più esigua.
L'insoddisfazione come motore di
cambiamento
Un altro dato interessante è che buona parte della popolazione siciliana si
ritiene insoddisfatta dell'offerta culturale presente all'interno della propria
regione e spinge per una valorizzazione del mercato librario interno.
C'è dunque una domanda di cultura che non trova risposta adeguata. C'è una
sete di conoscenza che non ha fontane a cui abbeverarsi. C'è un desiderio di
crescita intellettuale che si scontra con la povertà dell'offerta.
Giuseppe Tomasi di Lampedusa, nel suo capolavoro "Il Gattopardo",
faceva dire al Principe di Salina: "Se vogliamo che tutto rimanga com'è,
bisogna che tutto cambi". Ma in Sicilia, paradossalmente, sembra che tutto
cambi (tecnologie, abitudini, stili di vita) affinché tutto resti com'è:
un'isola ai margini della cultura.
Conclusioni: un appello all'azione
La situazione della lettura in Sicilia non è solo un problema culturale, ma
sociale ed economico. Una popolazione che non legge è una popolazione più
facilmente manipolabile, meno critica, più incline all'accettazione passiva
dello status quo.
Federico García Lorca, che della Sicilia fu innamorato, scriveva: "Un
popolo che non aiuta e non favorisce la sua cultura è un popolo che non solo
perde la sua identità ma commette un suicidio sociale". Noi siciliani
siamo sul ciglio di questo baratro.
È necessario un piano di intervento serio e articolato: investimenti nelle
biblioteche, incentivi per l'apertura di nuove librerie, campagne di promozione
della lettura, valorizzazione degli autori locali, collaborazione tra scuole e
istituzioni culturali.
Ma soprattutto è necessario un cambiamento di mentalità. Dobbiamo capire
che leggere non è un lusso o un passatempo per intellettuali con la puzza sotto
il naso. Leggere è un diritto, un bisogno, una necessità per chiunque voglia
essere veramente libero.
Come diceva Gianni Rodari, scrittore e pedagogista: "Vorrei che tutti
leggessero, non per diventare letterati o poeti, ma perché nessuno sia più
schiavo". E noi siciliani di schiavitù ne abbiamo conosciute fin troppe
nella nostra storia millenaria. È tempo di liberarci anche da questa, la più
subdola: l'ignoranza.
giovedì 12 marzo 2026
Le religioni spiegate agli uomini inquieti
Le Apologie tornano in libreria grazie alle Edizioni La Zisa: un progetto culturale curato da Davide Romano che, tra ebraismo, islam e cattolicesimo, rilancia il valore del dialogo religioso in un tempo segnato dai conflitti.
In un tempo in cui
il mondo sembra nuovamente attraversato da fratture profonde, da conflitti
religiosi e culturali che attraversano continenti e coscienze, il gesto più
rivoluzionario può essere, paradossalmente, quello di tornare ai libri. Non ai
libri gridati e polemici che riempiono l’attualità, ma a quei testi silenziosi
e profondi che invitano alla comprensione dell’altro. È in questo spirito che
la casa editrice Edizioni La Zisa ha
deciso di riportare in libreria una collana dimenticata ma straordinariamente
attuale: le Apologie, piccoli saggi che
raccontano dall’interno le grandi tradizioni religiose dell’umanità.
L’idea editoriale non nasce per caso. A curare la
collana è il giornalista e studioso Davide Romano,
da anni impegnato nel campo del dialogo ecumenico e interreligioso. In un’epoca
in cui il confronto tra religioni viene spesso ridotto a slogan o a
contrapposizioni ideologiche, Romano ha scelto una strada più difficile ma
anche più feconda: restituire la parola alle fonti, alle voci autorevoli che,
già un secolo fa, provavano a spiegare cosa significhi credere, pregare,
appartenere a una tradizione spirituale.
È così che riemergono tre opere pubblicate negli anni
Venti del Novecento dall’editore Angelo Fortunato Formiggini e oggi riproposte
in nuove edizioni agili e accessibili. Tre libri diversi, ma uniti da una
stessa intuizione: spiegare una fede non per contrapporla alle altre, bensì per
renderla comprensibile.
Il primo è l’Apologia
dell’ebraismo di Dante Lattes, figura
eminente dell’ebraismo italiano del Novecento. Giornalista, educatore, rabbino
e intellettuale militante, Lattes guidò per anni la Rassegna Mensile di Israel e contribuì in modo decisivo alla
diffusione della cultura ebraica in Italia. Nel suo saggio, scritto con
chiarezza e passione, emerge un’idea semplice ma decisiva: comprendere
l’ebraismo significa comprendere una parte fondamentale della storia
dell’umanità. Senza il contributo del popolo ebraico, ricorda Lattes, la
civiltà occidentale sarebbe impensabile. Le radici bibliche, la concezione
etica della storia, il monoteismo morale sono pilastri senza i quali il nostro
mondo sarebbe radicalmente diverso.
Accanto a questo volume, la collana ripropone l’Apologia dell’islamismo della grande
arabista Laura Veccia Vaglieri. Pubblicato
per la prima volta nel 1925, il libro è un piccolo capolavoro di chiarezza
scientifica e rispetto culturale. Veccia Vaglieri invita il lettore a guardare
all’Islam non attraverso il filtro dei pregiudizi, ma come a una civiltà
religiosa complessa e raffinata, fondata sulla centralità del Corano e
sull’idea della totale sottomissione a Dio. In queste pagine l’Islam appare nella
sua dimensione più autentica: una tradizione spirituale che si inserisce nella
lunga catena delle rivelazioni monoteistiche e che richiama l’uomo alla
responsabilità morale davanti all’unico Dio.
A completare il trittico è l’Apologia del cattolicesimo dello storico e teologo Ernesto Buonaiuti, figura tra le più
affascinanti e controverse del modernismo religioso italiano. Quando il libro
apparve nel 1923 suscitò polemiche e diffidenze, fino a contribuire alla
scomunica dell’autore. Buonaiuti non difendeva il cattolicesimo con le armi
della scolastica tradizionale, ma attraverso una visione spirituale e storica
del cristianesimo. Per lui il cattolicesimo rappresentava la maturazione
storica del messaggio evangelico, una forma in cui la religiosità umana trovava
la sua espressione più compiuta. Una tesi che, proprio perché libera e
personale, risultò scomoda in un tempo di rigide ortodossie.
Rimettere insieme questi tre libri oggi non è soltanto
un’operazione editoriale. È un gesto culturale e, in un certo senso, politico
nel senso più alto del termine. Significa ricordare che le religioni non sono
soltanto bandiere identitarie o strumenti di conflitto, ma anche tradizioni di
pensiero, universi simbolici, patrimoni morali.
In questo senso il lavoro di Edizioni La Zisa merita di essere definito una
vera impresa di frontiera. Non è facile, nel panorama editoriale contemporaneo,
investire su testi brevi ma densi, su opere del passato che chiedono al lettore
attenzione e curiosità intellettuale. Eppure è proprio in queste operazioni che
si misura il coraggio di una casa editrice.
Lo stesso si può dire del curatore della collana. Davide Romano appartiene a quella rara categoria
di giornalisti che non si limitano a raccontare il presente, ma cercano di
comprenderlo alla luce della storia e della cultura. Il suo impegno nel dialogo
tra le religioni non è fatto di dichiarazioni retoriche, ma di studio,
incontri, iniziative concrete. La scelta di riproporre le Apologie nasce da questa convinzione: il dialogo non si costruisce
con le buone intenzioni, ma con la conoscenza reciproca.
Così, mentre il mondo sembra dividersi sempre più tra
identità contrapposte, questi piccoli libri tornano a suggerire una verità
elementare: prima di giudicare una tradizione bisogna ascoltarla. E prima di
temere l’altro bisogna provare a comprenderlo.
Forse è proprio questa la
lezione più preziosa che arriva da una collana nata cento anni fa e riscoperta
oggi. In un tempo di conflitti globali, leggere le religioni con intelligenza e
rispetto può diventare un atto di pace. E talvolta, come dimostra questa
iniziativa editoriale, la pace comincia proprio da una libreria.
lunedì 4 luglio 2011
“Tutto quello che avreste voluto sapere sulla Lega Nord (etc.)" di Chiara Pane
Recensione del volume di Fabio Bonasera e Davide Romano, “Inganno padano. La vera storia della Lega Nord”, Edizioni La Zisa, pp. 176, euro 14,90, 2° ristampa
Negli ultimi anni la Lega Nord ha registrato una considerevole crescita dei consensi, spopolando nelle varie tornate elettorali e arrivando persino a essere il primo partito in regioni come il Veneto, dove il 35 per cento dei votanti ha scelto il verde Sole delle Alpi, che, al momento, pare non temere eclissi. La vetrina del partito fondato dal Senatùr è variopinta: tutti ne conoscono i protagonisti quasi mai moderati, gli slogan chiassosi, le idee portanti e la simbologia eccessiva, che campeggiano su giornali, tv e siti internet. Ma quali sono le sue zone d’ombra? Quali le dinamiche non proprio cristalline, i paradossi torbidi, i retroscena talvolta inquietanti di chi da anni è ormai saldamente strutturato alla guida del paese? Da questi interrogativi nasce Inganno padano. La vera storia della Lega Nord, di Fabio Bonasera e Davide Romano (La Zisa, 176 pagine, 14,90 euro). Secondo la tesi degli autori, entrambi giornalisti, non si tratta sic et simpliciter dell’ennesimo esempio di politica italiana che non brilla per coerenza, virtù e integrità morale. Nel caso della Lega Nord la questione è più complessa, e merita pertanto di essere sviscerata e analizzata a fondo.
Partendo dalla preziosa prefazione di Furio Colombo – che centra immediatamente uno dei grandi e attuali paradossi italiani, “Un partito secessionista al governo è un fatto unico” – il libro si serve di documenti e interviste per ricostruire la storia del Caroccio, dagli inizi fino ai giorni nostri. Illuminanti le testimonianze di chi nella Lega ha militato per anni, riconoscendosi negli ideali e nei programmi sbandierati dal primo Bossi, per poi restare inevitabilmente deluso dalle contraddizioni e dal tradimento sistematico di tutti quei valori di cui all’inizio il partito si fregiava. Le parole di Gianfranco Biolzi, Fabrizio Comencini ed Ettore Beggiato – tutti “delusi” ex leghisti, cacciati o allontanatisi volontariamente – svelano molti aspetti del grande inganno, alla base del quale c’è lo strano status del partito, e cioè quello di essere al contempo Lega di lotta e Lega di governo, Lega che urla “Roma ladrona” e che allo stesso tempo siede gli scranni del Parlamento, percependo per questo più che lauti stipendi e godendo di tutti i privilegi che derivano dalla diretta gestione del potere. Quella Lega il cui leader, Umberto Bossi, offende più volte pubblicamente il tricolore – e per questo viene condannato per reato di vilipendio alla bandiera italiana –, ideologizza i propri programmi nel fantomatico tormentone della secessione e malgrado ciò dal ’94 giura fedeltà alla Costituzione e alla Repubblica italiana, che, vale la pena di ricordarlo, è una e indivisibile.
A ogni pagina si scopre un passo della danza trasformista della Lega, che con toni eclatanti, propri del suo stile, attraversa obliquamente lo scenario politico, afferma di tutto e dopo un secondo fa l’esatto contrario, lancia accuse violente agli stessi personaggi politici con cui stringe coalizioni necessarie. Come nel caso del controverso rapporto con Berlusconi, prima alleato durante il primo governo nel ’94, in seguito vittima del celebre ribaltone – cui seguono le accuse di collusione con la mafia dalle pagine del quotidiano La Padania, – e infine nuovamente alleato, non certo per affinità ideologiche e di programmi, quanto per la solita, imperante logica del do ut des: Bossi assicura l’appoggio del suo partito e Berlusconi ripiana i debiti di una Lega, è il caso di dirlo, al verde, che vede minacciata la sopravvivenza dei propri media (giornali, tv, radio e affini) e non può permettersi l’acquisto di alcuni prestigiosi palazzi da utilizzare come sedi di partito. Il tempo per restituirsi i favori, poi, c’è sempre: nel 1998 la Lega vota compatta contro l’autorizzazione a procedere nei confronti di Cesare Previti – tradendo così anni di politica giustizialista – e in seguito Forza Italia ricambia votando contro l’autorizzazione a procedere per il Senatùr, cui viene contestato il reato di istigazione a delinquere per affermazioni contro An durante un comizio. Le dinamiche permangono uguali tuttora, in nome di un potere che, bene o male, permette di accontentare tutti: e così se Bossi fa la voce grossa, il Cavaliere apporta qualche modifica ai programmi per non urtarlo troppo e assicurarsi così il sostegno soprattutto in fatto di temi legati alla giustizia, e i leghisti dal canto loro, sebbene dalle valli padane annuncino battaglie a periodi alterni, una volta giunti a Roma accettano parecchi compromessi per portare a casa il tanto declamato federalismo.
Nell’accurata ricostruzione dei due autori siciliani, quindi, il partito delle Camicie Verdi ha assunto tutte le brutture e i vizi che contestava alla Prima Repubblica. In fatto di nepotismo, ad esempio, i leghisti non sono secondi a nessuno, sebbene inizialmente si proclamassero rivoluzionari (non va dimenticato che Bossi viene politicamente svezzato dal Partito di unità proletaria per il comunismo, mentre Maroni esordisce da “compagno” nelle file di Democrazia Proletaria) rispetto a certe logiche. Dunque, eccolo lì, il Trota, bocciato all’esame di maturità per ben tre volte: il curioso caso di un genio incompreso da tutti tranne che da papà Umberto. Il quale, invece di procurare al figlio dei libri semplici, “ad usum Troti” insomma, fa ricorso al Tar e lancia una campagna di demonizzazione contro gli insegnanti del Sud, colpevoli di martoriare gli studenti del Nord, dimenticando per un attimo di essere sposato con Manuela Marrone, maestra di origini siciliane. Il talento (ben nascosto) di Renzo Bossi viene infine premiato, e il Trota a 21 anni e 6 mesi diventa il più giovane consigliere regionale mai eletto in Lombardia: un incarico prestigioso e ben remunerato, degno del curriculum dell’ultimo arrivato a bordo del Carroccio. Ma anche il resto della dinastia Bossi si è istituzionalizzata: Franco e Riccardo Bossi, fratello e figlio primogenito del Senatùr, sono portaborse rispettivamente degli europarlamentari leghisti Matteo Salvini e Francesco Speroni, con uno stipendio che si aggira attorno ai dodicimila euro. Infine, per citare un ulteriore caso di clientelismo leghista, già certificato da Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo ne La Casta, e approfondito da Bonasera e Romano, va segnalato lo scambio di coppia – professionale, s’intende – operato nel 2001 da Maurizio Balocchi e Edouard Ballaman, all’epoca rispettivamente sottosegretario agli Interni e questore della Camera. I due, infatti, ordiscono un giochetto familiare semplice: il primo, Balocchi, coopta come collaboratrice Tiziana Vivian, ai tempi moglie di Ballaman, mentre quest’ultimo dopo pochi giorni assume a Montecitorio Laura Pace, compagna di Balocchi. Mogli e buoi…
L’impalcatura dell’inganno padano, come si evince dal volume, è complessa e ben costruita, frutto di un paziente e lungo lavoro da parte di tutti i membri. Gli intenti moralizzatori dei bossiani che additavano gli sprechi di “Roma ladrona” e accusavano gli altri di usare impropriamente il denaro pubblico per assecondare interessi, privilegi e vezzi propri, crollano impietosamente di fronte a quanto documentato nelle pagine del libro, dove vengono sciorinati esempi di “Quello che un leghista coerente non dovrebbe fare”. Così apprendiamo che è buona abitudine da parte di parecchi neosindaci della Lega (ne sono un esempio quelli di San Donà di Piave, Asolo, Bussolengo e Cornuda) aumentarsi o addirittura raddoppiarsi lo stipendio non appena s’insedia la propria giunta. Per non parlare della passione per il vetro di Murano coltivata da Francesca Zaccariotto, presidente della provincia di Venezia e sindaco di San Donà di Piave, passione che la spinge a spendere 27mila euro versati dai contribuenti per due lampadari da piazzare nelle sue due sedi di lavoro. E anche quando i propositi sono buoni, i risultati hanno risvolti grotteschi: il già citato Ballaman, presidente del consiglio regionale del Friuli-Venezia Giulia, nell’aprile 2010 adotta l’oculata decisione di rinunciare all’auto blu e all’autista, facendo risparmiare, all’apparenza, un po’ di denaro pubblico. Tuttavia, la Regione non solo gli elargisce 1.740 euro al mese per il noleggio di un’auto privata, ma riserva un rimborso di 3.210 euro mensili a tutti i consiglieri provinciali privi di autista. Peccato, le premesse per dare un buon esempio c’erano tutte. Ma, come sostengono i due autori, “La verità è che i tagli, alla Lega Nord, piacciono quando non riguardano il proprio portafogli”, e difatti, in barba alla crisi economica in cui versa il nostro Paese, Bossi e i suoi appoggiano la creazione di un quarto ministero per il federalismo – oltre a quello delle Riforme per il federalismo di Bossi, della Semplificazione normativa di Calderoli e degli Affari regionali di Fitto –, da affidare ad Aldo Brancher, che il 18 giugno 2010 diventa ministro per l’Attuazione del federalismo. Due giorni dopo, il 20 giugno, il Senatùr dal palco del raduno di Pontida precisa: “C’è un solo ministro per il federalismo e sono io”. Evidentemente, quello dei leghisti è solo un modo per combattere attivamente la disoccupazione.
E a proposito di federalismo, ancora una volta accorta e caustica è la critica degli autori, i quali, oltre ad analizzare la retorica che ruota intorno al più ambito obbiettivo dei leghisti protetti dall’ala del Cavaliere, analizzano i motivi per cui negli ultimi dieci anni, sette dei quali al governo, non si sia arrivati ad attuare quello che un tempo veniva chiamato devolution. Emerge dall’inchiesta che si tratta di un meccanismo estremamente complesso e delicato da far funzionare, peraltro con venti Regioni all’appello e, soprattutto, con una copertura finanziaria assolutamente inadeguata. E anche se Bossi tutto questo lo sa benissimo, il suo atteggiamento pubblico è quello di far credere che le colpe e le inefficienze sono sempre altrui: tale stasi perpetua la legittimazione del ruolo della Lega in seno alla politica italiana e permette al Senatùr di avere sempre l’ultima parola su tutto. Con buona pace degli elettori fedeli e federalisti.
Molti altri sono i temi trattati nel volume, che registra una seconda ristampa dopo appena una settimana dalla pubblicazione. La fenomenologia leghista riserva lati oscuri e scheletri nell’armadio volutamente taciuti in nome di una discontinua moderazione che si confà a un partito al governo. Nulla sfugge ai due navigati giornalisti: la pericolosa persecuzione dell’alterità – l’infestante slogan “tolleranza zero” ne è la quintessenza – che si declina nella xenofobia, nell’omofobia, nell’antimeridionalismo e nella lotta all’immigrazione, con la conseguente e non troppo velata convinzione che la “razza padana” sia la migliore; l’allarmante vicinanza di alcuni esponenti leghisti con il movimento lefebvriano che, com’è noto, è risoluto negazionista della Shoa; la simpatia di soggetti come Mario Borghezio nei confronti di vari gruppi dell’estrema destra extraparlamentare europea in odor di fascismi; l’imbarazzante pochezza politica di certuni, come Roberto Calderoli – l’uomo dal guardaroba irrispettoso che afferma “Sì ai campanili, no ai minareti” –, che il 15 marzo 2006 su Canale 5 senza mezzi termini definisce una “porcata” la legge elettorale da lui stesso firmata; le innumerevoli uscite infelici di Bossi e dei suoi accoliti durante le carnascialesche manifestazioni leghiste, in cui tanti, troppi di questi individui appaiono come la caricatura d’un cancro politico. Eppure ci governano e intascano i nostri soldi: il bel Paese è anche questo. Per ciò è importante leggere Inganno padano, un prezioso e dettagliato documento molto più che dietrologo sulla Lega Nord, che ne svela aspetti ignoti e ne ribadisce e approfondisce altri noti, frutto di un accurato studio da parte di Bonasera e Romano, che dalle pagine del volume sembrano sussurrare ai loro lettori “Poi non dite che non ve l’avevamo detto”.
martedì 9 marzo 2010
L'IMBALSAMATORE CHE FINI' IN UN MUCCHIO DI CENERE. UN LIBRO DELLE EDIZIONI LA ZISA NE RACCONTA LA STRAORDINARIA VICENDA UMANA
(LA STAMPA - VENERDÌ 5 MARZO 2010)
L'IMBALSAMATORE CHE FINI' IN UN MUCCHIO DI CENERE
di LAURA ANELLO - PALERMO
Nella città che ha generato Cagliostro, il mago della truffa e dell'impostura, molti dubitavano che quella bambina addormentata da novant'anni fosse di carne e di ossa. È di cera, è una bambola, è una replica recente, è frutto di un incantesimo, peggio, di una diavoleria. Tutto si è scritto su Rosalia, l'ospite più celebre delle catacombe dei Cappuccini di Palermo, dove centinaia di corpi sono esposti a sfidare titanicamente il tempo e i suoi sfregi. L'incursione più choccante e profonda nella sicilianità che odora di muffe, di incenso e di morte.
E invece Rosalia Lombardo, spirata i16 dicembre 1920, una settimana prima di compiere due anni, è «la più bella mummia del mondo, superiore a quelle di Lenin e di Evita Peron, un capolavoro assoluto». Parola di Dario Piombino-Mascali, il ricercatore dell'Istituto Eurac di Bolzano che ha appena portato alla luce la storia del suo autore - Alfredo Salafia, classe 1869 - e i segreti del suo «Fluido della Perfezione», finora sconosciuto. Non un prodigio, ma una miscela di glicerina, formalina, zinco, alcol saturo di acido salicilico.
La storia l'aveva dimenticato, Dario Piombino-Mascali l'ha disseppellito, interpellando i pronipoti, mettendo le mani sulle sue memorie incompiute (titolo: «Nuovo metodo speciale per la conservazione del cadavere umano allo stato permanentemente fresco»), seguendone la storia fino alla tomba. Gli esiti della ricerca sono finiti in un libretto agile e a tratti sbalorditivo, “Il maestro del sonno eterno” (Edizioni La Zisa), tributo a un uomo che ha dedicato la sua vita alla «consuetudine gentile di tramandare alla posterità intatte le sembianze dei nostri più cari».
Uno scienziato (anche se i suoi studi di chimica e anatomia furono da autodidatta), ma anche un artista. Il suo momento di gloria con la «rimessa in forma» del cadavere dello statista siciliano Francesco Crispi, morto nell'agosto 1901 a Napoli e sottoposto lì a un procedimento non efficace. «Salafia, nove mesi dopo, gli fece una serie di iniezioni sottocutanee - racconta Piombino-Mascali -: riempì di paraffina disciolta in etere le porzioni temporali e le guance, sostituì i bulbi oculari con protesi vitree, rimodellò naso, orecchie e labbra, chiuse la bocca, reinnestò capelli e baffi ormai caduti». La vedova era strabiliata.
Tre mesi dopo, nell'agosto 1902, quel cadavere sul catafalco faceva un figurone. E così in tutte le commemorazioni successive in cui il povero corpo-feticcio veniva mostrato al pubblico: nel 1904, nel 1905, nel 1910 e ancora nel 1914. Inorriditi? Già. Adesso è difficile parlare di morte, superare la rimozione collettiva, vincere il tabù. Ma dagli antichi Egizi agli anni Trenta del Novecento le cose sono andate diversamente, attraverso tecniche di pietrificazione, eviscerazione, disidratazione, bendaggi. «Un'arte millenaria - dice Piombino-Mascali - interrotta con le due guerre mondiali, quando le perdite umane all'ordine del giorno segnano una caduta di interesse verso i costumi funebri, verso la dignità del corpo».
Da Crispi in poi, per le mani di Salafia, passarono prelati, aristocratici e altoborghesi, mentre i poveracci continuavano a finire nelle fosse comuni senza alcun maquillage. Inevitabile allora nel 1909, lo sbarco a New York, dove l'imbalsamatore fondò una società, garantendo pure il servizio «soddisfatti o rimborsati». Qui congreghe di scienziati e cassamortari si stupirono compiaciuti dei prodigi del professore, ispezionando cadaveri ed eccependo su colorito, consistenza, aspetto. Parabola veloce, che si concluse nel 1912. Poi il ritorno in Sicilia e altri corpi da eternare.
Tra questi, Rosalia, la bambina delle catacombe. La sua radiografia rivela la presenza di tutti gli organi interni, di una struttura ossea intatta e pure di una boccetta di vetro collocata dietro la testa, probabilmente riempita di illuministici elisir di lunga morte, sostanze anti-muffa. Sulle cause della sua fine è ancora mistero: nel verbale necroscopico si parla di broncopolmonite, ma altre testimonianze si dividono tra difterite e tifo addominale.
«Se fosse stata difterite - scrive Piombino-Mascali - l'imbalsamazione del corpo sarebbe stata vietata dal regolamento igienico-sanitario del tempo. La causa di morte, quindi, fu forse ridimensionata per conservare per sempre il corpo della piccola». Per Salafia la morte non fu meno inattesa: arrivò il 31 gennaio 1933, tre mesi dopo le sue seconde nozze, per emorragia cerebrale. Aveva 62 anni. Delle sue spoglie, esumate nel 2007, non era rimasto quasi nulla: pochi frammenti dentro un abito blu. Cenere di cenere.
«Se fosse stata difterite - scrive Piombino-Mascali - l'imbalsamazione del corpo sarebbe stata vietata dal regolamento igienico-sanitario del tempo. La causa di morte, quindi, fu forse ridimensionata per conservare per sempre il corpo della piccola». Per Salafia la morte non fu meno inattesa: arrivò il 31 gennaio 1933, tre mesi dopo le sue seconde nozze, per emorragia cerebrale. Aveva 62 anni. Delle sue spoglie, esumate nel 2007, non era rimasto quasi nulla: pochi frammenti dentro un abito blu. Cenere di cenere.
«Se fosse stata difterite - scrive Piombino-Mascali - l'imbalsamazione del corpo sarebbe stata vietata dal regolamento igienico-sanitario del tempo. La causa di morte, quindi, fu forse ridimensionata per conservare per sempre il corpo della piccola». Per Salafia la morte non fu meno inattesa: arrivò il 31 gennaio 1933, tre mesi dopo le sue seconde nozze, per emorragia cerebrale. Aveva 62 anni. Delle sue spoglie, esumate nel 2007, non era rimasto quasi nulla: pochi frammenti dentro un abito blu. Cenere di cenere.
L'autrice:
LAURA ANELLO VIVE A PALERMO E SCRIVE PER «LA STAMPA» DI CRONACA, COSTUME E CULTURA. E' AUTRICE DI «AMORE DI MADRE», DEDICATO ALLA MADRE DI FULVIO FRISONE, IL FISICO NUCLEARE CATANESE IN SEDIA A ROTELLE DALLA NASCITA, DALLA CU I STORIA È STATA TRATTA UNA FICTION RAI.
lunedì 28 aprile 2025
L'editoria, una malattia meravigliosa. La storia, incredibile, delle Edizioni La Zisa
Gli editori puri - quelli veri, quelli che nascono tali - sono come i cercatori d'oro: un po' folli, un po' visionari, costantemente sospesi tra l'entusiasmo della scoperta e l'orlo del fallimento. Da trent'anni osservo questa fauna particolare aggirarsi tra le fiere del libro, riconoscibili dal loro sguardo febbrile, dalla cravatta leggermente allentata, dalle occhiaie che raccontano notti trascorse a leggere manoscritti che, nella maggior parte dei casi, non pubblicheranno mai.
Le Edizioni La Zisa
rappresentano perfettamente questo spirito di avventura culturale. Fondate con
l'intento di dare voce a una Sicilia diversa da quella dei luoghi comuni, hanno
costruito nel tempo un catalogo che è specchio fedele di questa filosofia:
coraggioso, eclettico, mai scontato. Come mi confidò una volta Davide Romano,
ex direttore editoriale della casa editrice: "Pubblicare libri in Sicilia
è un atto di resistenza culturale, una sfida quotidiana contro l'indifferenza e
il disincanto."
"Fare
libri" - espressione deliziosa nella sua semplicità - racchiude un
universo di passione, follia e calcoli disperati che solo chi vi è immerso può
comprendere fino in fondo. La creazione di un libro è un atto che ha qualcosa
di demiurgico: si prende una sostanza informe - pensieri, idee, storie - e le
si dà forma concreta, materiale, destinata a sopravvivere al suo stesso
creatore.
Romano, con il suo
approccio meticoloso e la sua visione chiara, ha saputo impostare una linea
editoriale riconoscibile per La Zisa, puntando su temi forti come la legalità,
la memoria storica, l'identità mediterranea. "Un libro non è solo un
prodotto", ripeteva spesso durante le riunioni editoriali, "è un seme
che piantiamo nella coscienza collettiva, sperando che germogli al momento
giusto."
Il vero editore è
un personaggio paradossale: conservatore e rivoluzionario allo stesso tempo.
Custode di una tradizione millenaria e, al contempo, in costante ricerca
dell'innovazione che potrebbe scardinare il mercato. Le Edizioni La Zisa
incarnano questa duplicità: da un lato recuperano e valorizzano la tradizione
culturale siciliana, dall'altro esplorano nuovi linguaggi e tematiche
contemporanee, tenendo sempre lo sguardo rivolto verso l'altra sponda del
Mediterraneo.
Poi, il grande
salto. Le Edizioni La Zisa lasciano la loro Palermo per trasferirsi a Firenze,
in una mossa che ha sorpreso molti nel settore. Un trapianto geografico che non
è solo un cambio di sede, ma una vera e propria scommessa culturale. Dalla
culla della cultura arabo-normanna alla patria del Rinascimento: un viaggio
simbolico che rappresenta la volontà di espandere i propri orizzonti, di
confrontarsi con nuove realtà, di tessere nuove trame editoriali.
"Cambiare
città è un po' come cambiare pelle", mi ha confidato un redattore della
casa editrice, "conservi la tua identità ma la arricchisci di nuove
prospettive, di nuovi stimoli." E Firenze, con la sua stratificazione
culturale millenaria, con le sue biblioteche prestigiose, con la sua comunità
di lettori esigenti, rappresenta un terreno fertile per chi fa del libro la
propria ragione di vita.
Vi è una verità che
ogni editore conosce intimamente: per ogni bestseller che sostiene
economicamente la casa editrice, ci sono decine di titoli che non
raggiungeranno mai il pareggio dei costi. Eppure, si continuano a pubblicare,
perché l'editoria non è solo un'impresa commerciale, ma un atto culturale. La
collana "Mediterranea" de Le Edizioni La Zisa, fortemente voluta da Romano,
è emblematica di questa visione: testi che costruiscono ponti tra culture
diverse, che esplorano territori letterari poco battuti, che offrono al lettore
stimoli e prospettive nuove.
A Firenze, questa
vocazione si arricchisce di nuove possibilità: la vicinanza con istituzioni
culturali prestigiose, la presenza di un'università con una solida tradizione
umanistica, la possibilità di dialogare con altre realtà editoriali che hanno
fatto della qualità la propria bandiera. Un contesto che promette di essere
fertile per nuove collaborazioni, nuovi progetti, nuove scoperte.
Ho conosciuto
piccoli editori come Le Edizioni La Zisa che hanno rischiato tutto per
pubblicare opere di valore che le grandi case editrici avevano rifiutato.
Romano mi raccontò una volta di come avessero deciso di pubblicare un saggio
storico complesso e impegnativo, consapevoli che le vendite sarebbero state
limitate ma convinti dell'importanza culturale dell'operazione. "In certi
casi", diceva, "il valore di un libro non si misura in copie vendute
ma in menti stimolate."
L'editore vive con
un piede nel passato e uno nel futuro. Cerca di interpretare il presente
attraverso una sensibilità che è frutto di stratificazioni culturali, di
esperienze accumulate, di intuizioni fulminee. Le Edizioni La Zisa, ora con la
loro sede nel cuore di Firenze, assorbono e restituiscono l'energia di una
città che ha sempre fatto della cultura il proprio tratto distintivo. Il
dialogo tra l'anima siciliana della casa editrice e il genius loci fiorentino
promette di generare frutti interessanti, ibridazioni culturali, contaminazioni
feconde.
Vi è poi la
questione del rapporto con gli autori, che meriterebbe un trattato a parte.
L'editore è un po' confessore, un po' psicologo, un po' banchiere e, in alcuni
casi, anche babysitter. Deve saper gestire ego smisurati, crisi creative,
ritardi nella consegna e, talvolta, manoscritti che arrivano completamente
diversi da quello che si era concordato. Romano era maestro in quest'arte della
mediazione: sapeva essere fermo quando necessario e comprensivo quando la
situazione lo richiedeva. "Gli autori sono come bambini", mi disse
una volta con un sorriso, "hanno bisogno di regole chiare e di tanto,
tanto amore."
Il trasferimento a
Firenze rappresenta anche l'opportunità di allargare il proprio parco autori,
di intercettare nuove voci, di costruire un catalogo che sia sempre più un
ponte tra Sud e Centro Italia, tra la cultura isolana e quella continentale.
Una sfida non da poco, che richiede sensibilità, intelligenza e quella capacità
di visione che ha sempre contraddistinto Le Edizioni La Zisa.
Chiunque abbia
messo piede nella sede de Le Edizioni La Zisa sa che i libri, prima di arrivare
sugli scaffali delle librerie, passano attraverso un processo quasi alchemico:
dalla scelta del manoscritto all'editing, dalla grafica all'impaginazione,
dalla stampa alla distribuzione. Ogni fase comporta decisioni che possono
determinare il successo o il fallimento di un'opera. Romano presiedeva a questo
processo con la meticolosità di un artigiano e la visione d'insieme di un
architetto, consapevole che ogni dettaglio contribuisce all'identità finale del
libro.
A Firenze, questo
processo si arricchisce di nuove possibilità: la vicinanza con tipografie
storiche, la presenza di artigiani del libro che perpetuano antiche tradizioni,
la possibilità di dialogare con designer e grafici formatisi in una città dove
il senso estetico è parte integrante dell'identità collettiva. Una combinazione
che promette di elevare ulteriormente la qualità formale delle pubblicazioni de
Le Edizioni La Zisa.
La sfida maggiore
per una casa editrice come Le Edizioni La Zisa è quella della distribuzione. In
un mercato dominato dai grandi gruppi, farsi spazio e ottenere visibilità è una
battaglia quotidiana. Romano aveva compreso l'importanza di costruire relazioni
solide con librerie indipendenti e biblioteche, di creare eventi che
trasformassero la presentazione di un libro in un'esperienza culturale
completa, di utilizzare i social media non solo come vetrina ma come spazio di
dialogo con i lettori.
Firenze, con la sua
rete di librerie storiche e indipendenti, con i suoi festival letterari, con la
sua comunità di lettori curiosi e attenti, offre un terreno fertile per questa
strategia. La posizione centrale nella penisola, inoltre, facilita la
distribuzione e la logistica, permettendo di raggiungere più agevolmente un
pubblico nazionale.
L'editoria è un
settore in costante evoluzione. L'avvento del digitale ha rivoluzionato non
solo il modo di leggere ma anche quello di produrre e distribuire i libri. Le
Edizioni La Zisa hanno saputo abbracciare queste trasformazioni senza perdere
la propria identità, esplorando nuovi formati e canali senza rinunciare alla
qualità che ha sempre contraddistinto il loro catalogo.
Firenze, con le sue
eccellenze nel campo della digitalizzazione e della conservazione del
patrimonio culturale, offre opportunità interessanti per chi vuole coniugare
tradizione e innovazione. La vicinanza con centri di ricerca e università può
favorire collaborazioni feconde, sperimentazioni, progetti innovativi che
possono aprire nuove strade nel mondo dell'editoria.
Vi è qualcosa di
profondamente politico - nel senso più alto del termine - nel fare libri.
Significa partecipare attivamente alla costruzione dell'immaginario collettivo,
influenzare il dibattito pubblico, offrire strumenti di comprensione e
interpretazione della realtà. Le Edizioni La Zisa lo fanno da sempre,
pubblicando testi che affrontano temi scomodi, che danno voce a chi spesso non
ne ha, che illuminano angoli bui della nostra storia e della nostra società.
"Un buon
editore", mi disse una volta Romano, "deve avere tre qualità
fondamentali: curiosità insaziabile, pazienza infinita e un pizzico di
follia." Qualità che certamente non gli mancavano e che ha saputo
trasmettere a tutti coloro che hanno lavorato con lui. La sua eredità alla
guida de Le Edizioni La Zisa è un catalogo ricco e variegato, che spazia dalla
narrativa alla saggistica, dalla poesia ai libri per ragazzi, sempre con
un'attenzione particolare alla qualità dei contenuti e alla cura formale.
L'editoria è un
mestiere antico che si rinnova continuamente. È un ponte tra passato e futuro,
tra autore e lettore, tra cultura alta e cultura popolare. È un atto di fede
nella parola scritta e nella sua capacità di resistere al tempo e all'oblio. Le
Edizioni La Zisa, con il loro impegno culturale e la loro visione, adesso
trapiantate nel fertile terreno fiorentino, rappresentano perfettamente questa
concezione dell'editoria come missione più che come professione.
In un'epoca di
bestseller costruiti a tavolino e di logiche puramente commerciali, case
editrici come Le Edizioni La Zisa, che hanno fatto della qualità e
dell'indipendenza la propria bandiera, sono più preziose che mai. Come
sottolineava spesso Romano, "pubblicare un libro è sempre un atto
politico, una scelta di campo, una dichiarazione di intenti."
E allora, lunga
vita agli editori visionari, a quelli che non si accontentano del già visto e
del già letto, a quelli che sanno rischiare e innovare. Lunga vita a chi, come
Le Edizioni La Zisa, continua a credere che i libri possano davvero cambiare il
mondo, un lettore alla volta. Ora più che mai, dalla loro nuova casa nel cuore
pulsante della cultura italiana.
(Anna Miraglia)

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