sabato 5 aprile 2025

“Sicilia, l’isola che non ama leggere (neppure i quotidiani). I record negativi della terra del sole” di Davide Romano

 


 

Il deserto delle pagine che avanza nell'isola del sole e dei contrasti. 

 

Indice di lettura in Sicilia: una questione culturale o strutturale?

Gli ultimi dati sulle capacità di lettura di noi siciliani, provenienti dall'Associazione Italiana Editori, non sono soltanto impietosi: sono il ritratto di una catastrofe culturale che si consuma nel silenzio complice delle istituzioni. Come diceva Leonardo Sciascia, nostro illustre conterraneo: "La Sicilia ha questo di tremendo: che tutto vi accade come dovunque, ma con una intensità che altrove non si riscontra". Anche il non leggere, in Sicilia, avviene con un'intensità particolare.

Sapevamo già che il nostro popolo era fra quelli che leggevano di meno in Italia, ma ora il divario con il resto del paese – e in particolare con le province del Nord – e gli altri paesi europei si configura come un abisso incolmabile, una voragine che inghiotte speranze e possibilità di riscatto. Siamo un'isola anche in questo: isolati dalla cultura, dal sapere, dalla conoscenza che si trasmette attraverso la parola scritta.

Pier Paolo Pasolini, che amava la Sicilia ma ne conosceva anche i limiti, aveva intuito questo dramma: "La cultura è una difesa contro le offese della vita". E noi siciliani, a quanto pare, siamo sempre più indifesi.

 

I numeri del disastro: percentuali che raccontano una disfatta

La situazione delineata dalle varie percentuali presentate dall'AIE è davvero drammatica. Nel sud Italia solo il 62% della popolazione ha aperto almeno un libro nell'ultimo anno, mentre in Sicilia il dato è ancora più drammatico: esso si assesta al 60%. Una cifra che fa rabbrividire, se pensiamo che in alcune regioni del Nord si supera l'80%.

E attenzione: bisogna ricordare che "aprire un libro" non vuol dire riuscire a leggerlo tutto. Uno può aprirlo, sfogliarlo, magari guardare le figure, e poi richiuderlo, come si richiude una porta su un mondo che non ci appartiene. E poi bisogna anche valutare di quale testo si sta parlando. Con tutto il rispetto per i ricettari di cucina siciliana (ottima, per carità!), per le biografie dei vari influencer dalle teste vuote e per le raccolte di barzellette che fanno ridere solo chi le scrive, la cultura è altra cosa.

Come diceva Umberto Eco: "Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c'era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l'infinito... perché la lettura è un'immortalità all'indietro". Ma a quanto pare, noi siciliani preferiamo la mortalità della nostra singola esistenza.

 

Lettori occasionali e abituali: un'isola divisa in due

Nel Sud e nelle Isole, inoltre, si registra una più alta percentuale di lettori occasionali, che si limitano a leggere un massimo di 3 libri all'anno. Essi risultano il 37% dei lettori, mentre la percentuale di lettori abituali che leggono anche più di 12 libri all'anno è in linea con il centro nord. Si tratta dell'8% del totale di tutti i lettori.

Abbiamo quindi un'élite di lettori forti, che resistono come Asterix e Obelix nel villaggio gallico circondato dai romani, e poi una massa di non-lettori o di lettori occasionali che sfogliano un libro come si sfoglia un album di figurine: distrattamente, senza passione, senza quella fame di conoscenza che dovrebbe essere il motore della crescita personale e sociale.

Italo Calvino, che di libri se ne intendeva, ammoniva: "Chi usa la letteratura per distrarsi vuole solo utilizzare una facoltà che in lui resta attiva, quella dell'attenzione". Ma l'attenzione del siciliano medio sembra essere catturata da ben altro: dallo smartphone, dalla televisione, dai pettegolezzi di paese che rimbalzano di bocca in bocca più velocemente di un virus.

 

La crisi della carta stampata: un altro tassello del mosaico

Ugualmente drammatica la situazione dei quotidiani e delle riviste. Come indicato dagli stessi direttori di giornale, le vendite continuano a diminuire e ci sono territori centrali della nostra regione che sembrano possedere poche decine di lettori, quasi tutti anziani che presentano delle difficoltà nell'usare il web.

Indro Montanelli, maestro di giornalismo, diceva: "Un paese che ignora il proprio ieri, non può avere un domani". E noi siciliani sembriamo ignorare non solo il nostro ieri, ma anche il nostro oggi, riportato sulle pagine dei giornali che nessuno legge più.

I quotidiani locali, che un tempo erano il termometro della vita sociale e politica dei nostri paesi, ora sopravvivono a stento, ridotti a contenitori di necrologi e pubblicità di mobilifici in svendita perpetua. Come se la morte e il consumo fossero le uniche notizie che interessano ancora.

 

Le biblioteche: cattedrali nel deserto

Anche il patrimonio librario delle nostre biblioteche risulta essere carente. Esso è molto vecchio e sottodimensionato rispetto alle collezioni delle biblioteche del settentrione. Si sta parlando di circa 1763 libri per mille abitanti contro i 3244 volumi disponibili nel centro nord.

Le nostre biblioteche sembrano essere diventate ciò che Borges, maestro della narrativa e bibliotecario lui stesso, temeva: "Ho sempre immaginato il Paradiso come una specie di biblioteca". Ma le nostre, di biblioteche, sono più simili a un Purgatorio dimenticato: scaffali polverosi, libri ingialliti dal tempo, cataloghi che si fermano agli anni '90 come se il millennio nuovo non fosse mai arrivato.

Ciò non vuol dire che la Sicilia e le altre regioni del sud Italia non presentano collezioni bibliografiche di pregio. La stessa presenza di numerosi archivi statali e regionali nel nostro territorio va contro questa semplicistica lettura, ma come si può immaginare queste collezioni dispongono di volumi alquanto superati e non aggiornati.

Marginale è anche il ridotto numero di accessi alle biblioteche. All'interno della nostra regione su ogni mille abitanti si registrano poco meno di cento accessi alle biblioteche, contro la media italiana, che è di circa 568 accessi. Molto distante la media del centro nord, che si attesta ai 774 accessi.

Antonio Gramsci, nel secolo scorso, scriveva: "Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza". Ma come può istruirsi un popolo che non ha accesso ai libri, o che, pur avendolo, preferisce dedicare il proprio tempo ad attività che richiedono meno sforzo intellettuale?

 

La chiusura delle librerie e delle edicole: un territorio culturalmente desertificato

Una delle cause principali di questa situazione è la difficoltà di accesso ai libri, con la chiusura di centinaia di edicole e di librerie in tutto il territorio regionale. I piccoli centri sono quelli che hanno pagato il prezzo più alto. In molti comuni siciliani non esiste più un solo punto vendita di libri o giornali. Bisogna fare chilometri per trovare una libreria, e quando la si trova, spesso è una di quelle grandi catene che privilegiano i bestseller e le novità del momento, trascurando la cultura locale e i piccoli editori.

Gustave Flaubert sosteneva che "Leggere per innalzarsi è la cosa più nobile che si possa fare". Ma come si fa ad innalzarsi se non c'è nemmeno la possibilità materiale di procurarsi un libro? È come pretendere che un contadino coltivi la terra senza avere né seme né aratro.

Le librerie non sono solo punti vendita, sono presidi culturali, luoghi di incontro e di scambio, spazi dove le idee circolano insieme ai libri. La loro chiusura rappresenta un impoverimento non solo commerciale ma anche sociale e intellettuale.

 

L'abbandono scolastico: il seme della non-lettura

Un altro fattore determinante è l'abbandono scolastico, piaga che affligge la nostra isola con percentuali tra le più alte d'Italia. I ragazzi che lasciano la scuola difficilmente diventeranno lettori. La scuola è il luogo dove, tradizionalmente, si impara ad amare i libri, dove si acquisiscono gli strumenti per comprendere e apprezzare la lettura.

Maria Montessori, grande pedagogista, insegnava che "Il bambino non è un vaso da riempire, ma un fuoco da accendere". Ma se il bambino abbandona la scuola, quel fuoco non sarà mai acceso, e con esso si spegne anche la possibilità di una vita illuminata dalla conoscenza.

Le statistiche ci dicono che i giovani siciliani tra i 15 e i 17 anni sono i più propensi alla lettura (86%), seguiti da quelli tra i 18 e i 24 anni (79%). Questo dato potrebbe sembrare incoraggiante, ma in realtà è emblematico di un problema più profondo: man mano che si cresce, si smette di leggere. La scuola, finché si frequenta, mantiene vivo l'interesse per i libri. Ma una volta fuori, in una società che non valorizza la cultura, quell'interesse si affievolisce fino a scomparire.

 

La competizione con i nuovi media: una battaglia impari

Non possiamo ignorare l'impatto dei nuovi media sulle abitudini di lettura. Smartphone, social network, videogiochi e piattaforme di streaming offrono un intrattenimento immediato, che non richiede lo sforzo che invece è necessario per leggere un libro.

Marshall McLuhan, visionario teorico della comunicazione, aveva previsto: "Il medium è il messaggio". E il messaggio dei nuovi media sembra essere: perché sforzarsi di leggere quando si può guardare? Perché costruirsi un'opinione quando si può condividere quella altrui con un semplice click?

In Sicilia, terra di contraddizioni, questo fenomeno si amplifica. Siamo tra le regioni con la più alta penetrazione di smartphone e social network, ma con il più basso indice di lettura. Preferiamo scorrere le pagine virtuali di Facebook piuttosto che quelle reali di un libro.

 

Una speranza per il futuro: i giovani lettori

In questo scenario desolante bisogna tuttavia valorizzare alcuni importanti segnali di speranza. La maggioranza dei lettori siciliani risulta più giovane di 25 anni (i lettori dai 15 ai 17 anni sono l'86%, mentre quelli dai 18 ai 24 anni il 79%).

Questo dato, apparentemente positivo, deve però essere interpretato con cautela. I giovani leggono per obbligo scolastico o per genuino interesse? Continueranno a leggere anche dopo i 25 anni, quando saranno immersi nel mondo del lavoro (per chi avrà la fortuna di trovarlo) e nelle responsabilità familiari?

Eugenio Montale, poeta e giornalista, scriveva: "La cultura non è professione per pochi: è una condizione per tutti, che completa l'esistenza dell'uomo". Ma in Sicilia questa condizione sembra essere appannaggio di una minoranza sempre più esigua.

 

L'insoddisfazione come motore di cambiamento

Un altro dato interessante è che buona parte della popolazione siciliana si ritiene insoddisfatta dell'offerta culturale presente all'interno della propria regione e spinge per una valorizzazione del mercato librario interno.

C'è dunque una domanda di cultura che non trova risposta adeguata. C'è una sete di conoscenza che non ha fontane a cui abbeverarsi. C'è un desiderio di crescita intellettuale che si scontra con la povertà dell'offerta.

Giuseppe Tomasi di Lampedusa, nel suo capolavoro "Il Gattopardo", faceva dire al Principe di Salina: "Se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi". Ma in Sicilia, paradossalmente, sembra che tutto cambi (tecnologie, abitudini, stili di vita) affinché tutto resti com'è: un'isola ai margini della cultura.

 

Conclusioni: un appello all'azione

La situazione della lettura in Sicilia non è solo un problema culturale, ma sociale ed economico. Una popolazione che non legge è una popolazione più facilmente manipolabile, meno critica, più incline all'accettazione passiva dello status quo.

Federico García Lorca, che della Sicilia fu innamorato, scriveva: "Un popolo che non aiuta e non favorisce la sua cultura è un popolo che non solo perde la sua identità ma commette un suicidio sociale". Noi siciliani siamo sul ciglio di questo baratro.

È necessario un piano di intervento serio e articolato: investimenti nelle biblioteche, incentivi per l'apertura di nuove librerie, campagne di promozione della lettura, valorizzazione degli autori locali, collaborazione tra scuole e istituzioni culturali.

Ma soprattutto è necessario un cambiamento di mentalità. Dobbiamo capire che leggere non è un lusso o un passatempo per intellettuali con la puzza sotto il naso. Leggere è un diritto, un bisogno, una necessità per chiunque voglia essere veramente libero.

Come diceva Gianni Rodari, scrittore e pedagogista: "Vorrei che tutti leggessero, non per diventare letterati o poeti, ma perché nessuno sia più schiavo". E noi siciliani di schiavitù ne abbiamo conosciute fin troppe nella nostra storia millenaria. È tempo di liberarci anche da questa, la più subdola: l'ignoranza.

Le Edizioni La Zisa traslocano a Firenze. Ma Palermo non si scorda

 


 

Le case editrici, come gli uomini, hanno un’anima. E se l’anima resta fedele a sé stessa, anche quando cambia casa, non si può dire che tradisca. Ecco perché non bisogna piangere troppo se le Edizioni La Zisa, nate a Palermo nel 1988, hanno deciso di rifare le valigie e mettere radici a Firenze. No, non è un addio alla sicilianità, ma semmai un modo per portarla, con orgoglio e consapevolezza, nel cuore stesso della tradizione culturale italiana.

Per chi non lo sapesse — e dovrebbero saperlo in molti — La Zisa non è stata una casa editrice qualsiasi. È stata, ed è, un’avventura culturale nata in un momento in cui Palermo sembrava dover affondare nei suoi dolori. Invece, nel bel mezzo di un’isola in ebollizione, Maurizio Rizza e i suoi compagni di viaggio hanno avuto l’ardire (che è sempre la forma più onesta del coraggio) di scommettere sui libri. Non solo ristampe e memorie: ma pensiero, inchiesta, letteratura di frontiera. Una casa editrice, insomma, che ha voluto raccontare la Sicilia senza incensarla, senza deformarla, senza imbellettarla. E per questo, proprio per questo, l’ha amata come si ama una terra che è madre e matrigna.

Che poi, diciamolo, non si campa di soli affetti. Il mondo editoriale è cambiato, il baricentro culturale si è spostato, e Palermo, pur restando uno scrigno di passioni, non è più il crocevia che era un tempo. Firenze, al contrario, offre strutture, connessioni, collaborazioni istituzionali e universitarie che consentono una diffusione più capillare del catalogo. Non è un tradimento, è una necessità. Anzi, è una strategia di sopravvivenza intelligente.

Ci sono poi i numeri, che non mentono. Firenze è più vicina all’Europa — e La Zisa ha sempre guardato all’Europa, con le sue collane uniche in Italia di letteratura neogreca (poesia e narrativa), i rapporti con enti culturali internazionali, e autori che vanno da François Mauriac a Ghiorgos Seferis. Con la guida di Davide Romano dal 2007, la casa editrice non ha smesso di pensare in grande, ma ha imparato a parlare più lingue, a dialogare con nuovi pubblici, a superare la logica dell’isolamento culturale che spesso soffoca il Sud.

Certo, non ci saranno più gli odori della Kalsa o il frastuono dei mercati palermitani a fare da sottofondo alla sede della casa editrice. Ma i libri restano. E se i libri parlano ancora di Sicilia, di mafia e antimafia, di letteratura e di poesia mediterranea, allora vuol dire che Palermo — quella vera, fatta di parole e di sogni — non è mai andata via.

E forse, in fondo, è proprio questo che conta.

lunedì 11 novembre 2024

Letteratura. La filosofia nascosta nel “Piccolo Principe” di Saint-Exupéry

 


Sergio Givone (Avvenire, sabato 9 novembre 2024)

 

Un saggio di Francesco Marino scandaglia il capolavoro: il misterioso fanciullo atterrato nel deserto del Sahara e proveniente da un minuscolo asteroide interroga l’uomo di ogni tempo

 

l problema che assilla la coscienza occidentale moderna e soprattutto post-moderna è quello del rapporto tra libertà e

verità: com’è possibile tenerle insieme? Anzi: è possibile tenerle insieme? Dalla risposta a questa domanda dipendono le
risposte a tante altre domande. Antoine de Saint-Exupéry (1900-1944) ha, a suo modo, mostrato l’indissolubilità del nesso tra verità e libertà. È questa la tesi del saggio di Francesco Marino Eredità e ascesa. La filosofia di Antoine de Saint-Éxupery (Inschibboleth, pagine 400, euro 30,00), con la prefazione del filosofo Sergio Givone che qui anticipiamo.

Tutti conoscono il Piccolo Principe; tutti almeno una volta nella vita sono stati sfiorati dall’idea che il misterioso fanciullo atterrato nel deserto del Sahara provenendo da un minuscolo asteroide ai confini dell’universo avesse qualcosa di molto importante da dirci, anche se poi sarebbe difficile trovare qualcuno che gli abbia davvero dato retta.

Ma nessuno o quasi nessuno finora era andato a cercare negli scritti postumi dell’autore della favola più letta e più tradotta nel mondo la conferma del suo sospetto: cioè che a far da presupposto a quella favola fosse una riflessione filosofica di tutto rispetto in cui Saint-Exupéry fu impegnato lungo tutta la vita.

E dire che non sarebbero mancate le pezze d’appoggio, assai numerose. Vedi ad esempio la raccolta intitolata Citadelle e ordinata dallo stesso Saint-Exupéry per temi e problemi di ordine speculativo. Ma vedi anche, e soprattutto, i Carnets, che sono una miniera di spunti, sia occasionali sia organici, e la dicono lunga sulla temperie culturale fra le due guerre ma soprattutto testimoniano un pensiero in divenire non privo d’una sua originalità e d’una sua novità anticipatrice.

In questo libro Francesco Marino legge Le Petit Prince alla luce dei Carnets e della Citadelle, ma anche della Correspondance, e ne ricava una tesi non meno sorprendente che convincente. Sostiene Marino: la filosofia di Saint-Exupéry – perché di filosofia si tratta – è tutta incentrata su un concetto di verità che rompe con la tradizione metafisica e inaugura una prospettiva che l’ermeneutica farà sua. Verità come esercizio di libertà. Verità come atto e non come stato di cose. Verità come fare, come creare, anzi, come ridestare, e non come contemplare o corrispondere. Ridestare che cosa? Ridestare l’essenziale umano, dice Saint-Exupéry. L’essenziale umano non è qualcosa che è lì e lì sta, da sempre, per sempre, immutabilmente. Cosa dell’essere, l’essenziale umano non è a disposizione dell’uomo, come se l’uomo potesse farne ciò che vuole e magari dargli il nome che crede, secondo il suo capriccio.

Al contrario, in esso l’uomo incontra il suo sé più proprio, la sua vocazione, il suo destino. Grazie all’essere. È l’essere a provocare l’uomo a essere sé stesso. Come da una trascendenza, l’essere strappa l’uomo all’identità di sé con sé e lo chiama a rinascere altro da sé, infinitamente altro, e ad abitare l’infinito. Ma è l’uomo ad accendere nell’essere una luce che non è della natura perché è dello spirito. Venendo al mondo l’uomo attesta che lo spirito è irriducibile alla natura. Questa irriducibilità è la libertà. E la libertà è l’espressione di ciò che noi siamo veramente. La libertà è la verità dell’essere: e non solo dell’essere al mondo, ma dell’essere in quanto tale. Il mondo sarà pure la prigione dell’uomo. Ma se l’uomo è prigioniero del mondo – questo il suggerimento di Saint- Exupéry – suo primo dovere sarà fuggirsene via, tornare libero, riconquistare il cielo, sia il cielo dove ci si libra in volo sia il cielo figurato dell’anima.

E come potrebbe l’uomo rispondere a questo appello originario, se non in nome dell’essere? Originariamente l’essere è libertà. Dire, come fa una certa metafisica (per esempio la metafisica che Luigi Pareyson definiva “ontica”, ossia la metafisica che prende atto del dato oggettivo, dello stato di cose esistente, dell’essere come essere-stato, e lo identifica con la realtà contrapponendolo alla mera apparenza), che l’essere è e non può non essere, insomma, dire che l’essere è necessità significa tradire non solo il senso dell’essere ma addirittura la verità dell’essere. La verità dell’essere è la libertà. Tolta la libertà, niente di ciò che è ha più alcun senso. Tutto si fa opaco, si spegne, muore. Il mondo diventa il regno dell’assurdo. Con la libertà, invece, non c’è cosa che non appaia degna di essere accettata e addirittura amata. Al punto che anche la condizione più miserabile, se liberamente scelta, acquista valore inestimabile. È il paradosso della libertà. Ed è anzi, a voler andare perfino più in là, il paradosso dell’amore.

Perché l’amore non è oggetto di volontà. Tantomeno può essere imposto ad altri. Eppure, nel momento in cui ne facciamo esperienza (nel momento in cui ci capita di amare, nel momento in cui amiamo perché amiamo e non perché abbiamo deciso di amare) scopriamo che una luce si è accesa da qualche parte, più precisamente nel nostro cuore, e questa luce, per quanto ciò appaia inverosimile, e anche un po’ folle, è in grado di rischiarare il mondo intero, dissipare le ombre, raggiungere perfino le oscurità più tenebrose. Ogni cosa appare illuminata. E come potrebbe darsi un prodigio del genere se l’amore, che non si dà mai a comando, non coincidesse con il desiderio, e dunque con il contenuto più intimo e più profondo e più intensamente voluto del nostro essere?

A partire da considerazioni di questo tipo Marino svolge la filosofia di Saint-Exupéry nella direzione di un’ontologia che rimette al centro il problema del senso e della verità dell’essere (e che quindi è una metafisica, per restare al lessico pareysoniano, “ontologica”). Particolarmente felice appare qui un cenno di Marino: quello che invita a leggere filosoficamente Saint-Exupéry muovendo da Pascal.

Tre sono i motivi per farlo. Il primo riguarda il celebre pensiero intorno al cuore che ha ragioni sue proprie del tutto ignote alla ragione: ragioni, non sentimenti o intuizioni, ma forme del discorso in grado di argomentare intorno a una verità che evidentemente non è univoca e forse neppure unica, ma certo è irriducibile alla logica e alla scienza. Il secondo evoca l’altrettanto famoso tema della scommessa in forza della quale una speranza del tutto infondata o comunque non suffragata da prove potrebbe mostrarsi plausibile, credibile, degna di fede, in una parola più capace di avvicinarci al vero di quanto non possa fare la disperazione. Il terzo motivo fa riferimento alla posizione conquistata per via pratica e non teoretica, cioè attraverso una sfida che, per così dire, stana il vero dal suo nascondimento e ne fa il principio dell’agire umano, esposto sì al nulla, ma nondimeno proteso a uno scopo e già da sempre orientato.

Tutto ciò secondo Marino permette di ascrivere a pieno titolo la filosofia di Saint-Exupéry al campo dell’ermeneutica. Un’ermeneutica che ben poco ha a che fare con la decostruzione del mondo cui ci ha abituati il postmoderno, perché semmai si tratta di una sua ricostruzione, se non addirittura di una nuova creazione. A parlare espressamente di nuova creazione è proprio Saint-Exupéry. Il quale ne trova le tracce ovunque l’uomo si lasci interrogare, come il Piccolo Principe, dal mistero che avvolge l’universo.

Stupore, meraviglia, ma anche sgomento, lo accompagnano, anzi, affiorano in lui sempre di nuovo come dalla sorgente stessa della vita. E non è già questo un risveglio, non è già questa una rinascita? Sia come sia, le domande in questione sono le stesse di una ontologia che voglia essere al tempo stesso ontologia della verità e ontologia della libertà. Ma anche le stesse di un aviatore che si alza in volo sul suo traballante monoplano come se a chiamarlo fossero le stelle, ma che a un certo punto s’inabissa nella notte.

 

sabato 26 ottobre 2024

Scrivere un libro di successo si può? Alcuni consigli e qualche riflessione con un pizzico di ironia

















Scrivere un libro di grande successo è un’impresa che può essere paragonata a una lotteria: chiunque può tentare la fortuna, ma nessuno sa veramente chi vincerà. La buona notizia è che partecipare è facile. La cattiva notizia? Perdere è un’opzione molto probabile. Paul Valéry sosteneva che "scrivere è un modo di parlare senza essere interrotti". Ebbene, molti scrittori temono di essere interrotti non da una conversazione, ma da un editor che esclama: “Questo non vale nemmeno il prezzo della carta!”


L'idea: il cuore della creazione (o il colpo di genio)

Il primo passo è sempre l’idea, un po’ come cercare di trovare il pezzo mancante di un puzzle in un cassetto pieno di calzini spaiati. Deve essere originale, scintillante, un vero e proprio colpo di genio. Orwell affermava che "il pensiero corretto dipende dalla capacità di utilizzare le parole in modo corretto". Ma come dimenticare le opere derivate da idee che sembravano completamente insensate e che, incredibilmente, hanno conquistato il mondo?

Pensate a Il codice Da Vinci di Dan Brown. Un thriller che gioca con simboli e religione, venduto a milioni di copie, ma che nel suo profondo non è altro che un rompicapo per chi ama mettere in discussione tutto. Se qualcuno avesse detto che un libro su una caccia al tesoro nella storia dell'arte avrebbe avuto successo, lo avremmo guardato come si guarda un giardiniere con un cactus in mano: con grande scetticismo.


La struttura: un’architettura solida (o un palazzo di vetro)

Una volta definita l’idea, è tempo di costruire una struttura. Aristotele ci avverte: "La qualità della prosa dipende dalla qualità della struttura". Peccato che alcuni dei libri più amati abbiano strutture che sfidano ogni logica. Prendiamo ad esempio Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry: chi avrebbe mai pensato che una favola per bambini sarebbe diventata un capolavoro universale? È un po’ come se un architetto avesse deciso di costruire una torre di Pisa per un concorso di bellezza.

Eppure, libri come Moby Dick di Melville, che all’epoca fu un vero flop editoriale, oggi è considerato un pilastro della letteratura. Chi l’avrebbe mai detto? Il fatto che oggi si studi Moby Dick nelle scuole è la prova che il pubblico può essere sorprendentemente imprevedibile.


Scrivere con disciplina: l’atto della creazione

Stephen King, nel suo On Writing, ci esorta a scrivere ogni giorno, un approccio che sembra sagace, se non fosse per il fatto che l’ispirazione spesso decide di prendersi una vacanza ai Caraibi. "Scrivere un milione di parole ti rende un autore; scriverne dieci milioni ti rende un maestro", afferma. Ma per alcuni, è più una lotta da gladiatori in un’arena, dove l’ispirazione è l’ultimo dei gladiatori a scendere in campo. Non a caso, molti aspiranti scrittori si ritrovano a vagabondare tra le pagine di manoscritti non pubblicati, come anime in pena alla ricerca di un lettore.


Revisione: il lavoro di finitura (o la battaglia di Stalingrado)

Non dimentichiamoci del processo di revisione, quel momento in cui il nostro lavoro di cuore si trasforma in un campo di battaglia. Pavese lo sapeva bene: "La scrittura è un atto di coraggio". Ma se la revisione è un atto di coraggio, il rifiuto da parte degli editori è una vera e propria prova di resistenza. Pensate a J.K. Rowling: rifiutata da ben dodici editori prima di trovare finalmente un editore disposto a pubblicare la sua storia di un maghetto con gli occhiali. Chi l’avrebbe mai detto? Oggi Rowling è diventata una delle autrici più ricche del mondo. Ma quanti possono vantarsi di una carriera di rifiuti come la sua?


Il messaggio: l’essenza del successo (o il labirinto dell’interpretazione)

Il messaggio è l’anima del libro. Nietzsche ci ricorda: "Chi ha un perché può affrontare qualsiasi come". Ma i lettori a volte interpretano il messaggio in modi che nemmeno l’autore avrebbe mai immaginato. Un esempio emblematico è Il grande Gatsby di F. Scott Fitzgerald, spesso considerato una critica alla società americana, ma che per alcuni è solo la storia di un uomo con un sogno e una camicia bianca molto costosa. Chi può dire quale sia la verità?


La magia della scrittura e il ruolo del caso

Ora, dopo aver discusso di tutti questi aspetti fondamentali, giungiamo al punto cruciale: tutto è affidato al caso. Scrivere un libro di successo è come giocare alla roulette russa con le parole: non sai mai dove ti porteranno. Anche i migliori piani possono naufragare senza nemmeno un sospiro, mentre opere scritte in un pomeriggio di ispirazione casuale possono diventare fenomeni mondiali.

Pensate ai famosi Diari di una schiappa: un libro scritto in modo semplice, ma che ha conquistato il cuore di milioni di ragazzi. D’altra parte, ci sono libri ben scritti, ben strutturati, con messaggi profondi, che si perdono nel silenzio dell’archivio delle biblioteche. Un esempio? L’Ulisse di James Joyce, che ha fatto la fortuna di molti lettori e ha lasciato altri a grattarsi la testa per decenni.

In definitiva, scrivere un libro di successo è un'arte che sfida ogni logica. Chi scrive lo fa con passione e disciplina, ma alla fine, il destino del proprio lavoro rimane sempre nelle mani del caso. E se la fortuna non è dalla vostra parte? Beh, c'è sempre la possibilità di scrivere un sequel, e sperare che il secondo tentativo porti a qualcosa di meglio. O, come direbbe un vecchio saggio, "Non conta tanto quello che scrivi, ma quanto sei disposto a insistere". Ma non dimenticate: alla fine, la vera arte è nella capacità di ridere dei propri fallimenti, perché, in fin dei conti, è tutto un grande gioco di parole e un pizzico di follia.

(D. R.)

domenica 20 ottobre 2024

Farsi del male: aprire una casa editrice nel Paese degli scrittori che non leggono

 


Una volta, aprire una casa editrice in Italia era un atto di coraggio, un impegno culturale. Oggi, l’idea di avviare un’attività editoriale nel nostro Paese è un gesto di puro masochismo economico, una scelta disperata in un contesto dove l’ignoranza regna sovrana e il valore della cultura sembra essere stato dimenticato. I numeri non mentono: in Italia si legge poco, si compra meno, e il futuro di un editore indipendente è appeso a un filo, mentre i grandi gruppi monopolizzano il mercato.

 

I dati sull’analfabetismo funzionale in Italia

Partiamo dal quadro generale: l'Italia è tristemente famosa per essere uno dei Paesi con il più alto tasso di analfabetismo funzionale in Europa. Secondo l’indagine dell’OCSE PIAAC (Programme for the International Assessment of Adult Competencies) del 2022, il 47% degli italiani tra i 16 e i 65 anni non è in grado di comprendere testi complessi o risolvere problemi anche semplici. Questo significa che quasi la metà della popolazione adulta è incapace di affrontare la lettura di un libro senza grandi difficoltà. Un editore, in questo contesto, non solo deve convincere le persone a comprare un libro, ma anche insegnare loro a leggerlo.

 

Quanti italiani leggono? Un Paese che sta perdendo l’abitudine alla lettura

I numeri della lettura in Italia sono desolanti. Secondo il rapporto dell’Associazione Italiana Editori (AIE), nel 2023 solo il 40,8% degli italiani sopra i sei anni ha letto almeno un libro in un anno. Un dato che continua a calare. Un confronto con il passato mostra il declino: negli anni ‘90, quasi il 60% degli italiani dichiarava di leggere almeno un libro l’anno. Oggi, si scivola verso l’analfabetismo culturale con una rapidità allarmante.

Perché la lettura è in crisi? Le risposte sono molteplici, ma due fattori spiccano: il crescente utilizzo dei social media e il ruolo sempre più marginale che la scuola italiana dedica alla promozione della lettura. Oggi i giovani passano ore su TikTok e Instagram, piattaforme che privilegiano l'immagine e il contenuto superficiale, riducendo il tempo e la voglia di immergersi in un libro.

 

Il crollo delle vendite di libri: un disastro per gli editori

Mentre le grandi piattaforme online prosperano, le vendite di libri in Italia hanno subito un crollo vertiginoso. Nonostante i dati del 2023 mostrino una leggera ripresa rispetto alla crisi pandemica, il settore editoriale ha visto ridursi di quasi il 25% in termini di vendite negli ultimi dieci anni. Il fatturato del settore librario, che nel 2022 era di 3,5 miliardi di euro, è ben lontano dai picchi di inizio anni 2000. Il calo delle vendite di libri fisici nelle librerie è stato compensato in parte dall’aumento delle vendite online, che rappresentano ormai il 40% del mercato.

Questi numeri raccontano un problema strutturale: il pubblico che legge è sempre più ristretto, e il mercato è dominato da pochi bestseller, spesso opere di scarsa qualità letteraria, mentre i titoli di ricerca o di nicchia faticano a sopravvivere.

 

Un mercato dominato dai grandi gruppi: l’impossibilità di fare concorrenza

Il sogno di fondare una piccola casa editrice indipendente è minato dal monopolio di pochi grandi gruppi editoriali. Mondadori, GeMS e Feltrinelli detengono oltre il 50% del mercato editoriale, lasciando le briciole ai piccoli editori. Mondadori da sola controlla circa 27% delle vendite, grazie a un portafoglio che include nomi come Einaudi, Piemme, Sperling & Kupfer e Bompiani.

Le concentrazioni editoriali non solo dominano il mercato, ma controllano anche la distribuzione, monopolizzando l’accesso alle librerie e alle catene di vendita. Messaggerie Italiane, il più grande distributore italiano, lavora principalmente con i grandi editori, mentre i piccoli sono spesso costretti a affidarsi a distributori minori che non garantiscono né visibilità né distribuzione capillare.

 

La crisi delle librerie: la sparizione dei punti di vendita

Se l’analfabetismo funzionale e la concentrazione del mercato non fossero abbastanza, gli editori indipendenti devono fare i conti con la chiusura delle librerie. Negli ultimi dieci anni, oltre 1.500 librerie hanno chiuso in Italia, e il numero continua a calare. Le piccole librerie indipendenti sono soffocate dalla concorrenza delle grandi catene e soprattutto dalla vendita online, dominata da Amazon.

 

Amazon rappresenta oggi il 40% delle vendite di libri in Italia, un colosso che non solo offre sconti aggressivi, ma può spedire qualsiasi titolo direttamente a casa in meno di 24 ore. Questo ha ridotto drasticamente la clientela delle librerie, soprattutto quelle situate in piccoli centri, che spesso sopravvivono grazie a incentivi pubblici o a progetti di rilancio locali. Aprire una casa editrice senza un’ampia rete di distribuzione e un supporto forte sul territorio è, oggi, una missione suicida.

 

Costi crescenti e margini ridotti: un settore in cui non si guadagna

Fondare una casa editrice richiede un investimento considerevole, e i ritorni economici sono sempre più risicati. Tra i costi di produzione, distribuzione, promozione e sconti forzati, il margine di guadagno per un editore indipendente è esiguo.

  • Costi di stampa: Un editore deve affrontare costi di stampa che variano tra 1,50 e 5 euro a copia, a seconda della tiratura e della qualità del prodotto.
  • Distribuzione: I distributori prendono una fetta che oscilla tra il 55% e il 60% del prezzo di copertina.
  • Sconti: La legge Levi limita gli sconti al 5%, ma le grandi catene e Amazon aggirano questo limite con promozioni sugli accessori e abbonamenti. Il piccolo editore non ha i mezzi per sostenere queste politiche aggressive.

Alla fine, per ogni libro venduto, un piccolo editore può trattenere una cifra tra 1 e 2 euro. In un mercato dove i libri si vendono sempre meno, queste cifre non permettono nemmeno di coprire le spese di base.

 

Conclusioni: Un Paese che rinnega la cultura

Perché non vale più la pena aprire una casa editrice in Italia? Perché questo è un Paese di ignoranti. Si legge sempre meno, si investe sempre meno nella cultura e si lascia che pochi grandi gruppi monopolizzino il mercato. Il risultato? Un impoverimento culturale generalizzato, dove l’editoria indipendente è destinata a morire.

I numeri parlano chiaro: l’Italia non è un Paese per editori. E chi osa provarci, rischia di scontrarsi con una realtà economica e sociale che uccide ogni aspirazione culturale sul nascere. Montanelli avrebbe detto che l’Italia non è un Paese per eroi. Oggi, possiamo dire che non è nemmeno un Paese per editori.

(Davide Romano)

10 libri da leggere almeno una volta nella vita, prima di morire


Quando consigliamo un libro da leggere, la scelta ricade molto spesso sull'ultima uscita di cui si sta tanto chiacchierando. Oppure un libro misterioso riscoperto grazie a un adattamento cinematografico da recuperare assolutamente. Non consigliamo mai, invece, quei libri classici la cui lettura non è da dare per scontata. Spesso nelle conversazioni con amici e colleghi salta fuori l'argomento libri e finiamo per mentire così spudoratamente quando ci chiedono se abbiamo letto quei classici il cui titolo riaccende qualche ricordo molto remoto nel database di memoria che abbiamo chiuso col lucchetto finite le scuole superiori. Delitto e castigo? Certo, chi non l'ha letto? Un capolavoro. Piccole donne? Fondamentale classico femminista, come no. Spopolano su TikTok quei video che ti promettono di ripartire dalle basi, se non sei un lettore consolidato, partendo con qualche trucco come “libri che ti fanno dimenticare di star leggendo” oppure “libri cortissimi per farti riscoprire la voglia di leggere”. Partiamo con i nostri 10 consigli di libri da leggere assolutamente.

#1 La Storia di Elsa Morante

Uscita da pochissimo la serie Rai tratta dal libro di oltre seicento pagine, La Storia è un racconto che Elsa Morante fa degli anni della guerra e dell'immediato dopoguerra (1941-1947), affiancando una narrazione molto rigorosa degli avvenimenti storici a una più personale incentrata sulle sorti di povera famiglia romana capitanata dalla vedova Ida e del figlio che ha avuto con un soldato tedesco, Useppe. L'urgenza di leggere questo libro è la più basilare di tutte: «conoscere il passato è necessario per non ripeterlo», come dice il detto che ci insegnano a ripetere a memoria alle scuole medie.

#2 Cime tempestose di Charlotte Brontë

Cime tempestose, classico libro che ti costringe a leggere in quarta superiore la professoressa di inglese, è un romanzo fondamentale per indagare le passioni e quello spazio interstiziale e non ben definito che decorre tra l'amore e l'odio. Il libro è una storia di passione, vendetta e tormento ambientato in una nebbiosa e gotica brughiera inglese, e segue la tumultuosa relazione tra il misterioso Heathcliff e la protagonista Catherine, legati da passioni violente e complesse, per quanto due personalità incredibilmente intellettuali e schive. Cime tempestose è il libro a cui rivolgersi per conoscere meglio i tormenti che abbiamo dentro e che non riusciamo a controllare. È uno dei libri gotici più famosi.

#3 Il giovane Holden di J.D. Salinger

Negli anni Cinquanta Il giovane Holden aveva sconvolto i lettori per la sua capacità critica di raccontare i desideri degli adolescenti, una categoria generazionale che fino a quel momento non esisteva ancora. Prima o eri un bambino col ciuccio e la mamma che ti rimboccava le coperte, oppure eri un adulto in giacca e cravatta con un lavoro, un mutuo e una famiglia a carico: non esisteva nulla in mezzo. Di quel periodo di perdizione, confusione, arroganza che è l'adolescenza ha scritto perfettamente J.D. Salinger in questo libro diventato ormai un classico, da leggere preferibilmente quando hai 15 anni, ma che funziona anche a scoppio ritardato per capire il significato che quei 15 anni hanno avuto sulla tua vita. Holden, il protagonista titolare, lascia la scuola e inizia a vagare in una New York degli anni 50 crudele e spietata, cercando di atteggiarsi da adulto, tra whisky trangugiati e prostitute, per capire che non lo è ancora veramente.

#4 1984 di George Orwell

Sappiamo tutti perfettamente di che cosa parla questo libro, ma quanti possono dire di averlo letto per davvero? Premettiamo dicendo che è breve e scorrevole, uno di quei titoli che su TikTok riassumerebbero come “libri che ti faranno dimenticare di star leggendo”. Libro distopico che si immagina una dittatura totalitaria che controlla ogni movimento dei cittadini vietando loro l'uso di certe parole e certi pensieri, è un compendio da tirare fuori e consultare quando la politica attorno a noi sembra assomigliare più a un racconto fittizio che alla realtà.

#5 La montagna incantata di Thomas Mann

La montagna incantata è quello che chiamiamo Bildungsroman, o romanzo di formazione, che segue, cioè, quel passaggio dall'età adolescenziale fino a quella adulta nel protagonista. Siamo testimoni nel momento in cui cambia idee, si fa idee tutte sue, prende delle scelte. Definito uno dei romanzi più importanti della prima metà del Novecento, segue Hans, un ingegnere di Amburgo che si reca in un sanatorio in Svizzera in visita al cugino malato di tubercolosi. L'ambiente del sanatorio lo attrae incredibilmente, così macabro e concupiscente, ed è felice quando scopre che una malattia ai polmoni gli impedirà di ritornare a casa, costringendolo in quella montagna incantata su cui sorge il sanatorio, tra passioni carnali, amori al di fuori dal tempo e dallo spazio e sicuramente dall'accettazione sociale. In quella montagna incantata Hans è semplicemente sé stesso.

#6 Orgoglio e pregiudizio

Perché alla fine parliamo sempre di amore, amori che finiscono bene e che ci feriscono terribilmente. Amori che si concludono in matrimoni allegri e danzanti e amori non corrisposti. Jane Austen nel 1800 ha parlato di altre circostanze che possono riguardare l'amore, cioè le condizioni sociali. Mettendo al centro del romanzo la famiglia Bennett, composta da cinque sgangherate sorelle che i genitori vogliono far maritare a tutti i costi, possiamo seguire quelle sottotrame invisibili che collegano l'amore al potere, alla sottomissione al marito ma ancor di più alla sottomissione al denaro. Poi parliamo di sugar daddy, bimbos, ma con che metro di giudizio?

#7 Cent'anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez

Fondamentale leggere di regioni remote nel mondo per uscire dal nostro punto di vista dominante occidentale per espandere la mente, viaggiare in altri luoghi e conoscerci un po' meglio. Marquez è colombiano e nella sua opera monumentale che è Cent'anni di solitudine esplora temi universali come il tempo, l'amore, il potere e, appunto, la solitudine declinandoli in chiave magica (quel realismo magico che permea ogni oggetto in Sud America), regalandoci una storia vividissima e passionale di una famiglia e della società in cui è inserita, raccontandone gli eventi straordinari descrivendoli con una naturalezza tale da sfidare la logica e la ragione.

#8 Il processo di Kafka

È grazie a questo libro se vi capita di sentire ogni tanto qualcuno riferirsi a qualcosa come “kafkiano”, ovvero assurdo, senza un minimo senso, caratterizzato da un'atmosfera surreale. In questo caso ad essere assurdo è il sistema burocratico che fa da atmosfera agli avvenimenti del povero Josef K., un uomo che non ha nemmeno un cognome, che si sveglia un mattino per scoprire che è stato arrestato, ma senza venir mai informato di quale sia la sua accusa. Il romanzo segue la sua lotta per ottenere questa informazione sul processo che è stato indetto dalle autorità contro di lui, vuole capire che cosa ha fatto di sbagliato, ma non gli viene in mente niente, è dopotutto un uomo mediocre che segue sempre le leggi. Ma chi le fa le leggi? Soprattutto, come pensiamo di essere in grado di interpretarle al migliore dei modi?

#9 Le Affinità elettive di Goethe

In tedesco originalmente ha un nome buffo: Le affinità elettive si traduce in Die Wahlverwandtschaften, ed è il quarto romanzo di Johann Wolfgang von Goethe. Da una storia di finzione racconta dell'affinità chimica propria di alcuni elementi della tavola periodica che descrive la tendenza di alcuni a legarsi con alcune sostanze e non con altre, allo stesso modo in cui gli esseri umani si legano indissolubilmente con alcune persone, le loro anime gemelle. È come se fosse un compendio sull'amore, uno studio su questo sentimento tanto ineffabile quanto universale e comune a tutti.

#10 Il buio oltre la siepe di Harper Lee

Il libro Il buio oltre la siepe è un super classico in America, dove, puntualmente ogni anno, i bambini di tutte le scuole del continente sono costretti a leggerlo, un po' al pari dei nostri Promessi sposi, come rilevanza. Lo fanno leggere nelle scuole perché il libro esamina temi importanti come il razzismo, l'ingiustizia e i diritti civili. Lo fa ambientando la storia in un'immaginaria cittadina dell'Alabama durante la Grande Depressione, narrata da una tenera bambina che osserva il padre, avvocato, mentre difende un uomo afroamericano accusato ingiustamente di stupro, esplorando l'ingiustizia e discriminazione razziale dell'epoca (e forse anche di oggi?).

Leggere aiuta a essere empatici? Le neuroscienze rispondono


 

Leggere, nonostante in Italia lo si faccia sempre di meno, è appurato che sia di grande aiuto per conoscere meglio il mondo, punti di vista diversi, aumentare le nostre competenze linguistiche. Secondo nuovi studi neuroscientifici potrebbe addirittura renderci persone migliori.

Non c’è da stupirsi, visto che già diversi studi hanno dimostrato che leggere molto aumenti la propria propensione a fare volontariato e a ritenere il voto come un’importante responsabilità sociale e personale. Ma come può un libro renderci più empatici, più disponibili a comprendere e relazionarci agli altri?

Tutta “colpa” dei personaggi, si direbbe: già ai tempi dell’Antica Grecia, Aristotele aveva capito che assistendo a una tragedia, gli spettatori si immedesimano profondamente nelle vicende vissute dai protagonisti della storia, provando sostanzialmente due sentimenti predominanti: pietà per il malcapitato, paura per se stessi. È naturale per noi pensare a come avremmo reagito agli imprevisti che i protagonisti della narrazione hanno trovato sul loro percorso.

Questo meccanismo diventa un vero e proprio esercizio di “prospettiva”, come spiega alla BBC lo psicologo cognitivo canadese Keith Oatley. Secondo lo studioso, leggere narrativa ci permette di impostare la mente su una sorta di “simulatore di volo”. Proprio come i piloti possono fare pratica di volo pur restando a terra, il nostro cervello è in grado di vivere esperienze diverse ogni volta che apriamo un libro: questo permette ai lettori di allargare le proprie abilità nel rapportarsi con gli altri, a capire meglio il loro punto di vista.

Oatley spiega che una volta che il lettore comincia a immedesimarsi con i personaggi di una storia, comincia anche ad aspirare ai suoi stessi successi, a puntare i suoi stessi obiettivi, a provare gli stessi timori. Tutto restando comodamente seduto sulla poltrona di casa: questa catarsi permette di sviluppare una consapevolezza più profonda delle proprie emozioni e di come gestirle e utilizzarle nella vita di tutti i giorni.

Un aspetto affascinante di tutto ciò, è che i meccanismi neurali usati dal cervello per razionalizzare e fruire delle trame della narrativa sono paragonabili a quelli che usiamo nella realtà: se leggiamo di un personaggio che tira un pugno, spiega Oatley, si arriveranno le stesse aree del cervello che ci permetterebbero di tirarlo per davvero.

La lettura ci aiuta a immergerci nella pelle di un altro perché un libro tendenzialmente ci spiega il “non detto” che sta dietro alle azioni dei personaggi.

Come si può immaginare, però, dimostrare effettivamente che chi legge opere di “fiction” impari a essere effettivamente più empatico degli altri non è facile. Le persone spesso esagerano il numero di libri letti durante un anno. Per aggirare questo problema, durante un esperimento, Oatley ha consegnato a un gruppo di studenti una lista di libri fiction e non-fiction, chiedendo di indicare quali autori conoscessero. Nella lista c’erano anche alcuni nomi inventati.

Le persone selezionate per la fase successiva dell’esperimento, quelle che sostanzialmente non avevano barrato autori inesistenti tanto per far aumentare la lista di quelli conosciuti, sono state poi sottoposte al test chiamato “Mind in the Eyes“, in cui vengono sottoposte a ogni candidato le foto di un paio di occhi, da cui deve indovinare le emozioni che quello sguardo comunica scegliendo tra una lista di emozioni tra cui “timido”, “preoccupato”. Badate bene, le immagini sono spesso molto simili tra di loro e quasi neutrali a uno sguardo superficiale.

Chi aveva sostenuto di preferire molto più la narrativa rispetto a opere non fitcion, ha effettivamente registrato un punteggio più alto nel test rispetto ai lettori meno forti.

D’altronde anche un altro studio, portato avanti dalla psicologa del Social Neuroscience Lab dell’Università di Princeton, Diana Tamir, ha messo in luce come le persone che leggono molta fiction abbiano una più forte cognizione sociale, ovvero sono più bravi a comprendere davvero cosa prova e pensa chi sta attorno a loro. Facendo uno mappatura del cervello durante la lettura su alcuni candidati, è stato dimostrato che immergendosi in una narrazione si attivino delle aree del cervello che tentano di simulare il pensiero altrui.

Quindi chi legge tanto riesce a “leggere” meglio gli altri. Ma davvero questo rende i lettori forti persone migliori?

Un altro esperimento ha illuminato sulla possibile risposta: è stato chiesto a un gruppo di studenti di psicologia di compilare un questionario dopo aver letto una short story. Uno degli esaminatori, d’accordo con gli altri, ha poi fatto cadere una manciata di penne davanti ai ragazzi. Chi aveva raccontato di essersi immedesimato di più nella narrazione del breve testo, di aver empatizzato di più con i personaggi della storia, è stato anche chi per primo si è fatto avanti per aiutare gli scienziati a raccogliere le penne. Chi si era fatto trasportare dalla storia ha dimostrato di avere un comportamento più altruistico.

Ciò, ovviamente, non significa che chi non è abituato a leggere non sia empatico. Dall’altra parte, però, è sicuramente vero che la narrativa risulta essere una palestra efficace per allargare i propri orizzonti emozionali e percettivi, per capire cosa si prova a essere altro da sé.

Lo dimostra l’ultimo esempio a cui faremo riferimento: ricercatori olandesi hanno sottoposto a un gruppo di studenti, divisi in due gruppi, un articolo su manifestazioni in Grecia, sul giorno della liberazione dell’Olanda o il primo capitolo di Cecità di Jose Saramago. Quest’ultimo testo racconta di un uomo che, nella sua macchina, perde improvvisamente la vista. Volontari lo riconducono a casa, mentre un passante promette loro di riportargli indietro l’auto. Non lo farà: gliela ruberà. Ebbene, gli studenti a cui era capitato il primo capitolo di Cecità hanno registrato un’impennata nei livelli non consci di empatia subito dopo la lettura. Una settimana dopo, i livelli erano anche più alti di quelli registrati dopo il test.

Certo, è capitato a tutti di immedesimarsi anche con i protagonisti di una notizia al telegiornale, ma la fiction è uno dei pochi stratagemmi in grado di mostrarci l’evoluzione della storia di una persona in un arco temporale molto lungo e variegato. Inoltre, grande spazio è dato all’interiorità dei personaggi, cosa che ovviamente il giornalismo non può fare sempre. E infine, è forse sospendendo il nostro giudizio razionale, che riusciamo davvero a scavare a fondo, analizzare e riconoscere meglio emozioni e comportamenti che potremmo ritrovare nella quotidianità, così da avere un rapporto migliore con chi ci sta intorno.

(https://ottosunove.com/ottosublog/2019/06/12/leggere-aiuta-empatia-le-neuroscienze-rispondono/)