
Ripubblicato il libro del pastore Teodoro Balma
di Giorgio Tourn (Riforma, 22 febbraio 2011)
All’editore La Zisa di Palermo si deve la ristampa di un volume di Teodoro Balma, Il popolo della Bibbia, storia e martirio dei Valdesi, pubblicato da Corbaccio nel 1933, rifacimento di un precedente opuscolo apparso da Sonzogno nel 1929. Il volume costituisce un interessante documento della pubblicistica valdese in epoca fascista, dopo il Concordato. L’impianto è quello tradizionale, come il testo di E. Comba di quegli anni si ferma al 1848.
L’autore, Teodoro Balma, era allora pastore a Catania dove restò sino al 1946. Italo Pons nell’Introduzione, ne dà un ritratto felice, ispirato anche alla simpatia che nasce dall’aver curato la comunità catanese; personalità versatile, comunicatore nato, non casuale il suo interesse per il teatro e il giornalismo, occupò un posto tutto suo nel piccolo mondo valdese del ventennio con le sue iniziative, anche editoriali.
Può dunque essere motivo di interesse rileggere queste pagine a distanza di tempo: lo è assai più, però, analizzare questa ristampa; oltre al testo di Balma e alle pagine di Pons, essa consta infatti di una prefazione di Antonio Di Grado e delle note conclusive di Maurizio Rizzi, testi brevi ma densi di pensiero. Iniziamo da quest’ultimo; l’editore gli ha affidato il compito di redigere un sesto capitolo che, concludendo il testo di Balma, giunga al giorni nostri. Lo assolve fornendo i dati essenziali, il giudizio sui valdesi di Torre Pellice è forse un tantino eccessivo (la cittadinanza onoraria a Mussolini la diede il comune di Torre Pellice); significativo però è il fatto che il nostro autore si interroghi con partecipe riflessione sull’oggi; egli si aspetta che la Chiesa valdese «sappia coniugare la futura “Città di Dio” e la futura “Città dell’Uomo”», sappia pensare «a nuovi strumenti di comunicazione» laddove invece «ha ritardi culturali notevoli»; che sappia pensarsi «come chiesa del terzo millennio facendosi carico di problemi di natura planetaria», e divenire cioè «pienamente italiana». Non si può che concordare ma come tradurre in termini operativi questo auspicio? Il pensiero corre a formazioni politiche odierne, i cui enunciati programmatici sono raramente calati nel concreto.
Neppure Di Grado lo dice, se non enunciando il paradosso della fede che evoca a ragione, ricordando che non si trapianta la purezza dei valori, l’Evangelo, nell’impurità dei luoghi, cioè nella storia, se non nel sola fide. Ciò che colpisce però nel testo è lo sguardo con cui legge Catania, e ciò che si profila dietro di lei: la Sicilia di Bonavia, ma anche di Brancati e Sciascia, la sfinge con cui si misurano coloro che giungono «dai cieli limpidi delle Valli». E la chiave dell’operazione di cui discorriamo – la ristampa di Balma e i testi che l’accompagnano – sta probabilmente nella percezione di un valdismo siciliano, percepito, intuito, sognato? La sua polarità radicale rispetto a un valdismo nordico è evidente, ed è evidente una sua identità forte; proprio per questo è affascinante ipotizzare un confronto. E leggerli in una dialettica, come non si ha in nessuna altra regione d’Italia.
È casuale che in questo febbraio valdese si stampi e ristampi storia, ci si interroghi cioè sull’identità a Torre Pellice e Palermo?
di Giorgio Tourn (Riforma, 22 febbraio 2011)
All’editore La Zisa di Palermo si deve la ristampa di un volume di Teodoro Balma, Il popolo della Bibbia, storia e martirio dei Valdesi, pubblicato da Corbaccio nel 1933, rifacimento di un precedente opuscolo apparso da Sonzogno nel 1929. Il volume costituisce un interessante documento della pubblicistica valdese in epoca fascista, dopo il Concordato. L’impianto è quello tradizionale, come il testo di E. Comba di quegli anni si ferma al 1848.
L’autore, Teodoro Balma, era allora pastore a Catania dove restò sino al 1946. Italo Pons nell’Introduzione, ne dà un ritratto felice, ispirato anche alla simpatia che nasce dall’aver curato la comunità catanese; personalità versatile, comunicatore nato, non casuale il suo interesse per il teatro e il giornalismo, occupò un posto tutto suo nel piccolo mondo valdese del ventennio con le sue iniziative, anche editoriali.
Può dunque essere motivo di interesse rileggere queste pagine a distanza di tempo: lo è assai più, però, analizzare questa ristampa; oltre al testo di Balma e alle pagine di Pons, essa consta infatti di una prefazione di Antonio Di Grado e delle note conclusive di Maurizio Rizzi, testi brevi ma densi di pensiero. Iniziamo da quest’ultimo; l’editore gli ha affidato il compito di redigere un sesto capitolo che, concludendo il testo di Balma, giunga al giorni nostri. Lo assolve fornendo i dati essenziali, il giudizio sui valdesi di Torre Pellice è forse un tantino eccessivo (la cittadinanza onoraria a Mussolini la diede il comune di Torre Pellice); significativo però è il fatto che il nostro autore si interroghi con partecipe riflessione sull’oggi; egli si aspetta che la Chiesa valdese «sappia coniugare la futura “Città di Dio” e la futura “Città dell’Uomo”», sappia pensare «a nuovi strumenti di comunicazione» laddove invece «ha ritardi culturali notevoli»; che sappia pensarsi «come chiesa del terzo millennio facendosi carico di problemi di natura planetaria», e divenire cioè «pienamente italiana». Non si può che concordare ma come tradurre in termini operativi questo auspicio? Il pensiero corre a formazioni politiche odierne, i cui enunciati programmatici sono raramente calati nel concreto.
Neppure Di Grado lo dice, se non enunciando il paradosso della fede che evoca a ragione, ricordando che non si trapianta la purezza dei valori, l’Evangelo, nell’impurità dei luoghi, cioè nella storia, se non nel sola fide. Ciò che colpisce però nel testo è lo sguardo con cui legge Catania, e ciò che si profila dietro di lei: la Sicilia di Bonavia, ma anche di Brancati e Sciascia, la sfinge con cui si misurano coloro che giungono «dai cieli limpidi delle Valli». E la chiave dell’operazione di cui discorriamo – la ristampa di Balma e i testi che l’accompagnano – sta probabilmente nella percezione di un valdismo siciliano, percepito, intuito, sognato? La sua polarità radicale rispetto a un valdismo nordico è evidente, ed è evidente una sua identità forte; proprio per questo è affascinante ipotizzare un confronto. E leggerli in una dialettica, come non si ha in nessuna altra regione d’Italia.
È casuale che in questo febbraio valdese si stampi e ristampi storia, ci si interroghi cioè sull’identità a Torre Pellice e Palermo?
T. Balma, Il popolo della Bibbia. Storia e martirio dei Valdesi, a c. di Italo Pons, prefaz. di Antonio Di Grado, nota di Maurizio Rizza, La Zisa, Palermo, 2011, pp. 256, euro 16, 00.


Il ricordo di Graziella Campagna, ma anche quello di suo fratello, il carabiniere Piero, e del suo straordinario coraggio. È un dialogo costante tra i due fratelli più che un'inchiesta giudiziaria il libro "Con i tuoi occhi. Storia di Graziella Campagna uccisa dalla mafia" (edito da "La Zisa"), scritto dalla giornalista Rosaria Brancato e presentato al circolo Pickwick. "Graziella continua a vivere attraverso gli occhi di Piero – afferma Rosaria Brancato – una "storia d'amore" tra i due fratelli, nata il 14 dicembre del 1985 quando, due giorni dopo la tragica uccisione di Graziella, il fratello ne rinvenne il corpo". Nel suo lavoro, l'autrice ricostruisce i ventiquattro lunghissimi anni di ricerca della verità giudiziaria, ma soprattutto dà voce alle vittime di questa drammatica vicenda: a Graziella, a Piero e a tutti gli altri componenti di una famiglia distrutta dal dolore. "Non volevo fare il resoconto di un'inchiesta – prosegue Rosaria Brancato – ma raccontare la storia di persone "normali", eroi del quotidiano. L'idea mi è venuta il giorno dell'intitolazione della palestra di Saponara a Graziella. L'ho scritto per dar voce a lei, ma anche ai suoi familiari. Perché quella notte è stata uccisa tutta la famiglia Campagna. Ed è stata uccisa ogni giorno per venticinque anni. Il messaggio per le nuove generazioni è di non girarsi mai dall'altra parte". "Grazie a Rosaria, in questo libro, nel quale si coglie la sua professionalità e la sua passione, Graziella parla", commenta la giornalista della Rtp, Gisella Cicciò, moderatrice dell'incontro al quale hanno preso parte anche il fratello di Graziella Campagna, Pasquale, e il sen. Gianpiero D'Alia, membro della Commissione parlamenta¬re antimafia. "In queste pagine, Rosaria ci ha messo tutto il suo sentimento – dichiara Pasquale Campagna, presente insieme con suo fratello Paolo – mia madre e noi tutti siamo grati a coloro che ci sono stati vicini. Ma questo è un dolore che il tempo non cancella. Mia madre dice sempre che vive per la responsabilità nei confronti della famiglia, ma che è morta dentro da tanti anni. Non smetteremo mai di trasmettere ai ragazzi di oggi il messaggio dell'importanza del rispetto delle regole e della legalità". Infine, l'intervento di D'Alia: "Quello di Graziella Campagna è uno degli omicidi più brutti della storia della mafia siciliana, che ha segnato profondamente le coscienze di tutti e che ha testimoniato come Messina non sia mai stata "babba", ossia lontana dai fenomeni della criminalità organizzata e fuori dai circuiti della mafia". Poi, il senatore si sofferma sulla famiglia Campagna, evidenziando "la grande dignità e il grande equilibrio con cui ha affrontato una tragedia che il tempo non cancella, ma che, al contrario, rende la perdita ancor più insopportabile". E, ponendo l'accento sul libro di Rosaria Brancato (dedicato alla sorella Celeste), aggiunge: "Con grande determinazione e profonda delicatezza l'autrice ha raccontato questa vicenda realizzando un lavoro egregio. È un libro che si fa leggere, che ci trasmette cose di cui quotidianamente abbiamo sempre bisogno". Ad intervenire anche il direttore del circolo Pickwick, Salvo Trimarchi, e l'on. Giovanni Ardizzone. Nel corso del dibattito, la giornalista Gisella Cicciò, ha proposto l'organizzazione di un altro incontro sul libro in occasione della prossima Notte della cultura. 